Boy of Blue Industries – L’arte di Wayne Martin Belger

Abbiamo già parlato di Wayne Martin Belger in un vecchio post. Belger è un genio della fotografia, ed è il fotografo più “Franken” di tutti. Ha persino usato dei teschi umani per costruire le sue splendide macchine stenopeiche. Come un postmoderno Dr. Frankenstìn. Questo, nonostante tutto, è folklore. Wayne Martin Belger è un mago. Wayne Martin Belger è un sacerdote. Wayne Martin Belger ha compreso le potenzialità della fotografia, ha indagato la sua intima essenza, la sua relazione col soggetto. Ha capito che la fotografia non può avere niente a che fare con l’industria, ma ha bisogno di macchine progettate per uno scopo ben preciso: permettere al fotografo di relazionarsi alla materia, al soggetto, e a ciò che possiamo definire “divino”. Non c’è macchina costruita da Belger che non abbia un significato ben preciso, che non sia stata progettata per uno scopo, che non abbia arricchito la conoscenza del fotografo. Non c’è macchina che non abbia fatto da ponte verso la vita, qualunque cosa essa sia. Nessuno ha una risposta, ma c’è un uomo che si sta ponendo la domanda giusta: Wayne Martin Belger.

L’importanza di questo artista è talmente sconfinata, che praticamente ci siamo sentiti costretti a tradurre questa bella intervista, pubblicata originariamente sulla celebre e-zine Double Exposure. A condurla è Jerry Currier, fotografo e giornalista. A rispondere, il nostro messia. Questo è il link originale: http://www.photoworkshop.com/artman/publish/wayne_martin_belger.shtml.

Jerry Currier: Costruisci macchine che sono opere d’arte in sé, oltre che strumenti fotografici pienamente funzionali. Sul tuo sito fai riferimento al fatto che i tuoi genitori sono cattolici e che, da ragazzo, eri affascinato dai rituali religiosi e dagli strumenti dei sacerdoti. Se posso citarti: “Mi ricordo i tempi in cui la messa era celebrata in latino. Il linguaggio magico, le pratiche e gli altari magici, con le proprie tradizioni rituali, sono intriganti a cinque anni. Non conoscevo il latino, ma mi avvalevo della parte visiva. Il sacerdote usava splendidi strumenti sacri e pozioni che mi portavano alla comunione con chi li aveva creati”. Le tue fotocamere e le tue immagini sembrano incarnare questo stesso senso di magia e di stupore. La tua biografia offre alcuni spunti di riflessione interessanti sulla tua personale filosofia riguardo la creazione di immagini fotografiche: “Le macchine che creo e con cui lavoro sono stenopeiche. Con la fotografia stenopeica, la stessa aria che tocca il mio soggetto può passare attraverso il foro stenopeico e raggiungere l’emulsione fotografica sulla pellicola. Non ci sono barriere. Non ci sono lenti che cambiano e modificano la luce. Non ci sono sensori che convertono la luce in codice binario. Con il foro stenopeico quello che si ottiene è una rappresentazione non manipolata e reale di un segmento di luce e di tempo, un puro riflesso di ciò che è in quel momento.” Da cosa deriva questa filosofia?

Wayne Martin Belger: C’è un evento specifico che credo abbia influito sul mio percorso. Quando avevo sei o sette anni vivevamo nel sud della California. Una nuova famiglia si era appena trasferita in fondo alla strada, e avevano una bambina dai capelli biondi che aveva circa la mia età. Ricordo il nostro primo divertente incontro. È stata la mia prima cotta, anche se non sapevo cosa fosse una cotta. Poi un giorno i suoi genitori dissero ai miei che la loro figlia era caduta dall’altalena mentre giocava nel cortile. Finì contro il muro alle sue spalle e si ruppe il collo. Andavano di porta in porta alla ricerca di donazioni per pagare il funerale. Ricordo di aver sentito la conversazione, e di essere andato in camera mia per chiedere a Dio di prendere me al suo posto. In quel momento ho sentito una sensazione di serenità, legata a qualcosa di ignoto ma accogliente e familiare. Ho capito che sacerdoti, imam, rabbini, sadhu, sikh, santeros e altri devoti creano strumenti, pozioni e altari come una specie di ponte, per cercare di comunicare con quel qualcosa di sconosciuto e accogliente. A sette anni, costruire nel mio cortile altari elaborati come un ponte verso l’ignoto sembrava naturale. Nel corso degli anni ho studiato diversi sistemi di ricerca. “Sistemi di ricerca” mi piace più che “sistemi di credenze”, che credo sia stagnante. Durante i miei studi sono stato affascinato dagli alchimisti e dall’alchimia del metallo. Finora ho usato dieci diversi metalli e molte reliquie nella costruzione delle mie macchine fotografiche. Tutte le fotocamere sono altari progettati per la ricerca e la comunione con il soggetto per il quale sono state create.

Untouchable (HIV Camera)

JC: Un aspetto particolarmente interessante del tuo lavoro è che le fotocamere vengono create pensando a un soggetto specifico. Hai detto “La creazione di una macchina fotografica viene dal desiderio di relazionarmi con un soggetto. Quando scelgo un soggetto passo un po’ di tempo a studiarlo. Poi inizio a pensare a come vorrei che fosse una sua foto, a visualizzarla.” Puoi condividere con i lettori di Double Exposure il modo in cui scegli un soggetto? La forma o l’aspetto fisico influenzano le tue decisioni? C’è un elemento mistico nella scelta delle immagini e delle fotocamere che ne risultano?

WMB: Quando si tratta del mio lavoro sono abbastanza egocentrico. I miei soggetti sono scelti esclusivamente in base alla mia voglia di imparare qualcosa su di essi, o su me stesso. Negli ultimi anni, per esempio, mi sono concentrato su avvenimenti marginali. Soggetti importanti con una storia epica, che si vedono ma cui non si fa caso. Ad esempio: quattro persone sono in auto, viaggiano a 75 miglia all’ora, conversano. Sorpassano un altare con tre croci sul ciglio della strada. Tutti e quattro sorpassano l’altare, continuando la loro conversazione, senza che il dialogo ne venga scalfito. Eppure ognuno di loro, per una frazione di secondo, ha visto l’altare e ha pensato: “Che cosa è successo? Chi è morto? Quando è successo? Chi ha messo l’altare? La famiglia? Gli amici? Che cos’è questa sensazione dentro di me?”. L’unica prova che testimonia l’avvenimento è che l’autovettura adesso va a 65 miglia orarie! Volevo saper di più di questo evento marginale, così ho creato una fotocamera in grado di relazionarsi con tale soggetto. È stato uno studio affascinante sulle persone che creano bellissimi altari ai propri cari nel luogo della loro perdita. Creare qualcosa di bello da qualcosa di tragico, la passione dal dolore, e lasciarsi coinvolgere dalla complessità della vita. È stato anche uno studio su come le persone si separano dalla natura nascondendo il processo di nascita e morte. La separazione dalla natura è anche il fulcro di opere come la Deer Camera, Untouchable (HIV Camera) e la Heart Camera. Con la Roadside Altar Camera ho scattato circa 200 fotografie di altari. Ora so un po’ di più su questo importante evento marginale.

Roadside Altar Camera

JC: In un’intervista su Pinhole Visions, The Art of Pinhole Photography hai detto: “…non mi riconosco nella parola ‘Artista’. Mi è sempre sembrata elitaria, o usata come scusa per dormire sui divani della gente…” Hai anche detto che le scuole d’arte ti sono sempre sembrate stupide. Hai avuto un’istruzione artistica formale o sei completamente autodidatta?

WMB: Sono passato da una scuola d’arte una volta per la laurea di un amico. Questo è il massimo che ho fatto. Un mio amico, che è un pittore molto famoso, ha frequentato una grande scuola d’arte. Ha detto che la cosa principale che ha imparato lì è stata come ribellarsi alla scuola d’arte. Per fortuna, è riuscito a restituire i 100.000 dollari del prestito studentesco. La maggior parte degli altri deve ancora riuscirci. Ma hanno un certificato che dice che sono “Artisti”. A formarmi sono stati i miei genitori. Sono stato fortunato ad avere una famiglia che non ha mai visto le mie idee, i miei desideri o le mie motivazioni come strane, sbagliate o impossibili da realizzare. Quando si è molto giovani, con la consapevolezza che tutto è possibile, è normale avere un forte desiderio di indagare la vita e i sogni. Ho sempre avuto il desiderio e il sostegno necessari per investigare lo spettro infinito della vita, e mi sono stati dati gli strumenti per farlo. Uno dei miei strumenti preferiti era un’enciclopedia che mia madre aveva ordinato quando avevo quattro o cinque anni. Ogni mese arrivava un nuovo volume. Quello che c’era in quei volumi ha finito per diventare la scintilla primordiale di quello che faccio oggi. Ricordo di aver letto su maghi e alchimisti e di aver deciso: “Questo è quello che voglio fare da grande.” È interessante notare che in un articolo sul mio lavoro nel numero di settembre 2007 di B&W Magazine, l’autore Richard Pitnick ha dichiarato: “Le sue attrezzature decisamente gotiche incarnano la filosofia di Belger sulla macchina fotografica come sorta di camera di risonanza alchemica, dove spazio e tempo, materia e memoria, si mescolano e vengono trasformate dalla luce per rivelare la soglia dell’eternità.” Talvolta penso che da vecchie scintille possano scaturire incendi…

JC: Le tue immagini sembrano guardare indietro a tempi più semplici e apparentemente più innocenti. È soltanto il risultato dell’applicazione della tecnologia del foro stenopeico, o uno sforzo cosciente per emulare il passato?

WMB: Il foro stenopeico produce (in base alla lunghezza focale) una bella vignettatura naturale che ha il sapore della fotografia d’epoca. Ho una collezione di qualche centinaio di fotografie d’epoca, e sicuramente ha avuto un impatto sul mio senso estetico. Durante le riprese in verità non cerco di emulare il passato ma mi concentro sul soggetto. Nella camera oscura cerco di dargli l’estetica che mi piace, come quella della fotografia d’epoca, se funziona. Ma per ogni foto la priorità è mantenere l’integrità del soggetto.

JC: Dal tuo curriculum vitae si evince che hai avuto molti interessi. Sei stato cacciatore di tesori e manicure, per esempio. Le esperienze fornite da questi molteplici interessi influenzano la scelta del soggetto e della fotocamera?

WMB: A volte, ma non spesso. La Dragonfly Camera è stata sicuramente influenzata dalla mia esperienza nel recupero dei bambini. Di solito non torno alle mie esperienze precedenti. Hanno avuto un ruolo importante nella mia storia personale, e tutte si riflettono in ciò che faccio. Ma se sento di aver imparato quello che volevo in un certo ambito o su un certo argomento, vado oltre.

Dragonfly Camera

JC: Puoi dirci qualcosa sul tuo pensiero e sulle ragioni della creazione delle due fotocamere con i crani umani?

WMB: Nella prima fotocamera (la Third Eye Camera) il cranio faceva parte del kit di uno studente di medicina, a cavallo del secolo in Inghilterra. L’ho mostrato a un medico che mi ha detto che il cranio apparteneva a una bambina di circa 13 anni. Prima di entrare in mio possesso è stato in una soffitta inglese per circa 80 anni, con un sacco di altre ossa. Ho avuto il cranio per 4 o 5 mesi prima di avere una visione chiara del soggetto che avremmo potuto indagare insieme. Il soggetto della Third Eye Camera è la bellezza del decadimento. Luce e tempo entrano dal suo terzo occhio, raggiungendo la pellicola al suo interno. Ho circondato il suo terzo occhio con argento e pietre preziose in modo che potesse sentirsi bella, ed essere vista come tale. Le sue foto sono stupende. Sui negativi finiscono cose che non erano presenti al momento dello scatto. Nella foto di una barca in decadenza nella baia di San Francisco, si vede chiaramente il viso di un bambino in alto a destra. In un’altra, è apparsa una tela di ragno attorno a una fontana di New York. Non sono mai veramente sicuro di cosa apparirà sul negativo. La macchina fotografica più recente fatta con un teschio si chiama Yama, come il dio della morte tibetano. Nel buddismo tibetano, Yama vede tutto della vita, il Karma è il “giudice” che mantiene l’equilibrio. È molto diverso dalla visione occidentale della morte. Ho comprato il cranio da qualcuno a Pechino. Ho parlato con un Lama di una organizzazione tibetana di San Francisco prima di iniziare il progetto. Abbiamo parlato di quello che volevo fare, e di come fossi un po’ spaventato per aver comprato un cranio probabilmente rubato da un monastero tibetano. Per lui il teschio aveva lo stesso valore dell’esoscheletro essiccato di un insetto che svolazza nel deserto. Una volta c’era un’anima dentro, che adesso continua il proprio viaggio dopo aver abbandonato il cranio o l’esoscheletro. Dopo la nostra conversazione, ero ancora un po’ spaventato. Così mi ha detto che avrebbe preso il cranio e l’avrebbe inviato al museo di Dharamsala, in India. Poco più di un anno dopo l’ho chiamato per un saluto, e mi ha detto che aveva ancora il cranio e che sarebbe stato un buon momento per il progetto. Così me l’ha rispedito, con una benedizione e un mantello da preghiera, e ho cominciato. Il suo soggetto è l’esodo visto dagli occhi di un tibetano di 500 anni. Gli occhi di Yama sono fatti di bronzo e argento, ciascuno con un foro stenopeico di ottone. I fori sono posizionati esattamente al posto delle pupille. Al suo interno un divisore divide il cranio in due, come in una fotocamera stereo. La stampa a contatto finita, montata su una piastra di rame, viene inserita nella fotocamera. Un visore stereo di rame e ottone è montato nella camera ottica del cranio di fronte alla lastra di rame, in modo da vedere in tre dimensioni quello che ha visto Yama. È la cosa più simile al guardare attraverso gli occhi di qualcun altro.

Third Eye Camera

Yama Camera

JC: Vedo che sei un sub esperto. È stato qualche evento relativo alle immersioni a influenzare la tua decisione di costruire una macchina fotografica subacquea?

WMB: Beh, le immersioni in televisione. Circa tre anni fa stavo guardando un programma del National Geographic che mostrava dei subacquei in immersione sotto l’oceano ghiacciato. Il ghiaccio sulla superficie dell’oceano non consentiva ai raggi del sole di sfarfallare sotto, eliminando i segni distintivi della fotografia subacquea. I sub si libravano nel vuoto circondati da quello che poteva essere uno spazio qualsiasi. Affascinato dall’immagine del “vuoto”, ho voluto ricreare quell’immagine nel mio lavoro. L’unico modo per farlo senza la calotta di ghiaccio era di usare tempi di esposizione lunghi, lasciando che i raggi del sole si fondessero insieme. Questa ricerca ha portato alla creazione di “Yemaya”, la prima (che io sappia) fotocamera stenopeica subacquea 4×5. È anche la macchina fotografica meno pratica del mondo. La prima foto l’ho scattata sul ponte di una nave affondata a una profondità di 105 piedi. Per ottenerla sono state necessarie due immersioni in profondità a 105 piedi, due bombole d’ossigeno, circa quattro ore di nuoto in acqua a 56 gradi e una narcosi da azoto sul fondo dell’oceano. Ma la foto è venuta bene. Credo che ne sia valsa la pena. A proposito, sarò in tour con questa fotocamera in tutto il Nord America. Un anno fa ho fatto un servizio fotografico alla Kelp Forrest Exhibit presso il Monterey Bay Aquarium. Le riprese e le immersioni erano aperte al pubblico ed ebbero grande successo. Tutto è andato così bene al Monterey Bay Aquarium, e le foto sono venute così bene, che adesso 18 acquari pubblici in tutto il Nord America vogliono assumermi per servizi fotografici. Ho anche parlato con un paio di editori per un libro sul progetto. Vorrei iniziare le riprese entro i prossimi quattro mesi, se il finanziamento per l’intero progetto andrà a buon fine. Il mio sito web, http://boyofblue.com, avrà il calendario delle riprese per le immersioni. Quindi, controllate il sito di tanto in tanto! Potremmo essere in un acquario vicino a voi!

JC: Sei stato anche giocatore di hockey e mascotte per due squadre di hockey professioniste. Questo mi porta a chiederti: hai in programma di creare una macchina fotografica per fotografare qualcosa che riguarda l’hockey?

WMB: Hmmm… forse potrei fare qualcosa con tutti quei denti che ho trovato sul ghiaccio…

Yemaya (Underwater Camera)

Wayne è rappresentato dalla Etherton Gallery, Tucson, Arizona e The Shooting Gallery, San Francisco, California.

All photos Copyright Wayne Martin Belger

Original Interview Copyright Jerry Currier

2 Commenti to “Intervista a Wayne Martin Belger”

  1. [...] quali già noti ai lettori di Frankenphography): Akroyd & Harvey, Matthew Brandt, Binh Dahn, Wayne Martin Belger, Francesco Capponi, Jno Cook, Paolo Gioli, Tayo Onorato & Nico Krebs, Abelardo Morell, Brana [...]

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