pinhole fist by Paolo Gioli

Pugno stenopeico - 1989

Paolo Gioli è un artista poliedrico che si è affacciato sulla scena artistica negli anni ’60, anni in cui frequenta la “Scuola libera del nudo” a Venezia, per poi andare a New York. Quindi incomincia come pittore, ma presto si dedicherà ad altre forme d’arte, come il cinema, ciò che poi lo renderà noto al pubblico, e alla fotografia. Per quanto riguarda quest’ultima il suo percorso sarà improntato alla sperimentazione, allo studio approfondito delle sue applicazioni, all’aspetto tecnico/tecnologico. Un percorso “formativo” che lo riporterà alla preistoria, che gli permetterà di vivere ed applicare la tecnica fotografica degli albori, ma con l’occhio pieno d’esperienza e di storia, rimanendo, comunque, sempre molto legato all’attività cinematografica -  infatti spesso utilizzerà la cinepresa per fare le foto.

Il suo approccio con il mezzo fotografico è estremamente materico, e Gioli prenderà tra le mani numerosi prodotti dell’industria fotografica. Il suo tornare ai primordi non è caratterizzato dalla nostalgia, ma è un viaggio che guarda in tutte le direzioni, sia avanti che indietro. L’approccio alla tecnologia è più che felice, è un uomo che apprezza tutte le possibilità che il progresso gli propone. È affascinato da questo mondo, ma non si limita a subirlo. Non prende tra le mani il “prodotto” e lo utilizza, ma lo sviscera, lo smonta, lo apre, ci si circonda e lo reinterpreta, lo fa suo. In questo modo farà dei lavori importanti con la polaroid, il fotofinish o il cibachrome, solo per ricordare i più famosi.

Ma ciò che interessa a noi è il suo viaggio nel tempo, il suo tornare alla preistoria. Gioli presto si rende conto che per fare una foto sono sufficienti ben poche cose: un buco e ovviamente la luce. Così abbandona le lenti e si concentra su quell’unico raggio luminoso che porta un’immagine, come dice lui “Un raggio di luce che magari ti da fastidio contiene l’intera immagine di un bellissimo paesaggio”. Qui la sperimentazione si fa sentire, tutto può essere un corpo macchina. Il suo rapporto con la fotografia, come detto prima, è estremamente materico e in questa fase del suo lavoro sarà particolarmente evidente. Ogni oggetto, ogni cosa, è potenzialmente una macchina fotografica. Cammina per strada, vede una foglia, la raccoglie, ha un buco fatto da un insetto. Ecco, abbiamo tutto ciò che ci serve, rimane solo da prendere la pellicola. Ma gli oggetti non sono l’unico suo mezzo. Gioli ha due parole chiave, la materia, come più volte ripetuto, e il corpo. Il corpo per questo artista è fondamentale, basta osservare i suoi lavori, dalla fotografia al cinema, per vederne l’importanza. Così il corpo oltre che essere il soggetto della sua produzione, diviene anche il mezzo. Si esplora, il corpo è pieno di pertugi, siamo un’infinità di fori stenopeici ambulanti. La mano è la cosa più ovvia: noi utilizziamo le mani per far funzionare la macchina fotografica, ma per lui è diverso, la mano è la macchina fotografica. Il “pugno stenopeico” (1989) è delle sue opere più rappresentative e anche una delle più eloquenti. Il pollice è l’otturatore, il corpo macchina è lo spazio che va dal pollice al mignolo, basta aprire e chiudere ed ecco che la foto è fatta. Non è la prima volta che Gioli utilizza mani come otturatore, ma ora è scomparsa la macchina fotografica, è tutto in una mano.

Un altro esperimento interessante, tra i suoi numerosissimi, è il “bastone stenopeico”. Anche qui c’è un cortocircuito tra materia e corpo. L’oggetto/macchina fotografica, autocostruito, si compone di un’asta cava con tanti fori stenopeici quante sono le pose di un rullo. Il bastone è alto circa quanto un uomo. Attraverso un otturatore fatto apposta viene scattata un’unica foto a “grandezza d’uomo”, riprendendo il soggetto in tutta la sua altezza. Il corpo è guardato da mille occhi che danno mille immagini, le quali tutte insieme lo evocano nella sua completezza. In questo ed altri modi Gioli raggiunge il grado zero della fotografia, per poi portarla ad un’evoluzione che è estranea a quella fisica dell’oggetto. È pura rappresentazione.

Ma la mente di Gioli non si accontenta di uno o più fori, vuole andare oltre, e per far questo utilizza la tecnica del fotofinish. Questa tecnologia da tutti noi conosciuta per le sue applicazioni in campo sportivo, come ogni altra, viene alienata dal suo ambito e reinventata. Così il foro diviene una linea (verticale) stenopeica e la pellicola non si muove in modo costante, come nel funzionamento classico, ma, grazie a due manopole, può avanzare o tornare indietro e la macchina fotografica non sarà, ovviamente, condannata alla staticità. Così facendo lo sfondo non diviene un’immagine piatta e indistinta, ma si mantiene, e i soggetti, contestualizzati, subiranno le distorsioni del fotofinish, andando contro all’originaria natura di questa tecnologia. Come si può ben immaginare Gioli va oltre e modifica la linea stenopeica, moltiplicandola, curvandola o facendole fare degli angoli. La pellicola scorre e si avvolge, come accade nella cinepresa, solamente che il risultato è una foto che nella sua fissità riesce a rendere un movimento che va ben al di sopra di quello fisico/naturale. Inoltre questo modo di far fotografia può avvicinarsi all’acquisizione lineare della scannercamera i cui risultati possono richiamare quelli di Gioli.

Si circonda di migliaia di oggetti e li fa rivivere in una seconda natura con la sua arte, trasformandoli in apparecchi sofisticati, tra i quali, per ricordarne un ultimo, c’è un bottone. Questo attraverso un dito, che ancora una volta funziona da otturatore, e un frammento di pellicola, permette la nascita di un’immagine. Un ulteriore ritorno alle origini: il primo slogan della Kodak diceva: “Voi premete il bottone, noi facciamo il resto”, Gioli lo preme il bottone, ma il resto se lo deve fare da solo.

Paolo Gioli è nato a Sarzano di Rovigo nel 1942. Si occupa di pittura, litografia e serigrafia.
Dal 1968 sviluppa le sue ricerche di stampo sperimentale con le tecniche del film, della fotografia e del video.
Vive e lavora a Lendinara.

Ho assunto il foro stenopeico come “punto di vista” sia plastico che ideologico. L’immagine fotostenopeica mi è sorta perché non avevo una macchina fotografica. Più tardi si è trasformata, questa immagine, in una vera e propria fissazione della raffigurazione totale. Mi affascina la purezza del gesto del riprendere “povero” e la restituzione altrettanto pura ma per niente povera, anzi clamorosa. La mia non vuole essere breve azione scolastica, ma un risoluto modo di capire lo spazio attraverso proprio un punto nello spazio. Così il ribaltamento come quinte di scena; le magnifiche figure che ci circondano portate da raggi purissimi; senza sbarramenti ottici, senza mirino, niente chiusure e distanze né altezze.

Dal catalogo della mostra “Paolo Gioli. Il punto trasparente-grafie” 1981

La mia prevalente tendenza a fare commistioni di tecniche creative con tecniche della storia della creatività è data dalla convinzione che è estremamante complicato districare le contaminazioni e le invasioni spettacolari che ormai si succedono nelle discipline scientifiche e di espressione. Nel mio caso credo di essere arrivato ad una tale avviluppamento di ricerche che non so più bene quali di esse vengano via via a provocare spostamenti. Il mio vorrebbe essere un riesame fotostorico e che si tratti di materia sensibile, quella con cui opero, è puro caso. La materia prima di tutto, cosparsa e tratta da sedimenti tecnologici, partendo dalle innumerevoli biforcazioni antropologiche che questa combinazione induce ed offre. Quello che mi interessa enormemente è la formidabile capacità che le materia fotosensibile ha nel manomettere e immaginare, quasi sempre drammaticamente, ogni cosa tocchi. Dunque, una esplorazione insistente su ciò che è successo in tutta la storia della fotografia ed altro, attrarverso ciò che l’ha manipolata nutrendola, vale a dire la chimica.”

Dal catalogo della mostra “Paolo Gioli. Il punto trasparente – grafie”, 1981/82

Per informazioni più approfondite consultate la pagina bibliografica del sito www.paologioli.it

Articolo a cura di Giacomo

2 Commenti to “Paolo Gioli, corpo stenopeico”

  1. [...] Conoscevi il lavoro di altri fotografi che hanno lavorato sul corpo attraverso l’uso del foro stenopeico, come Paolo Gioli? [...]

  2. [...] Akroyd & Harvey, Matthew Brandt, Binh Dahn, Wayne Martin Belger, Francesco Capponi, Jno Cook, Paolo Gioli, Tayo Onorato & Nico Krebs, Abelardo Morell, Brana Vojnovic e molti [...]

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