Approfondiamo il tema dell’autocostruzione come pratica artistica, attraverso le parole di un artista che con la propria ricerca ha voluto esplorare il valore e il significato della tecnologia fotografica. Oltre l’immagine, oltre l’industria.

A Jno Cook's work from a recent exhibition

Un’opera recentemente esposta da Cook. Foto di Linda Dorman

Quando, e perché, hai iniziato a modificare e costruire macchine fotografiche?

Modificavo fotocamere in 35 mm alle scuole superiori. Non so perché. Erano lì, e ho voluto modificarle. Ho sempre smontato tutto quello che avevo. Le “modifiche” all’inizio erano semplici: progettavo lenti close-up per una macchina a soffietto in 35 mm, calcolando il punto di messa a fuoco.

Devo aver imparato da mio padre, che mi ha dato l’esempio. Era sempre in giro per casa a modificare cose, installando un ventilatore in cucina, montando una porta-finestra nell’attico, costruendo case per gli uccelli o un laghetto per i pesci, coltivando piantine nel seminterrato grazie a luci fluorescenti, facendo sapone con il grasso della pancetta e la soda. Vorrei sottolineare che per la seconda metà della sua vita ha lavorato come custode di una chiesa e di una scuola, perciò le occasioni per modificare e migliorare cose non mancavano.

Ma si può andare più in profondità: i suoi fratelli lavoravano tutti nell’edilizia. Forse quest’attitudine veniva da mio nonno, anche se lui non ha mai mostrato interesse per alcuna carriera (dirigeva l’ufficio postale di una piccolissima città), ad eccezione di qualche piccola attività imprenditoriale (addestramento canino, vendita di terra, cavalli, legna da ardere, macchine da cucire, e wiskey agli agricoltori).

Così, al liceo costruivo cose. Al college facevo un part-time come tecnico in un laboratorio idraulico per l’olio, e ho imparato a usare il tornio, la fresatrice, ho imparato a saldare. Ho costruito le postazioni per i test dei laureati e per i corsi.

Ma ho iniziato a impegnarmi veramente alcuni anni dopo: ho acquistato una lente Metrogon da 6″, e ho costruito una fotocamera: una scatola 8×10 con il dorso standard di una viewcamera. Ho costruito altre cose interessanti, ad esempio una stereocamera montata su una piattaforma mobile. E poi due fotocamere per la separazione dei colori, a due colori, e una in 35 mm a tre colori.

All’epoca tenevo un corso al Columbia College sui procedimenti fotografici alternativi, e volevo introdurre il procedimento della separazione dei colori nel corso (realizzando immagini in gomma bicromata). Sempre per quel corso ho costruito una fotocamera per arti grafiche, con una delle prime “macchine xerox”. E ho ricostruito una macchina 4×5 da studio per scopi simili.

C’era un negozio vicino a dove vivevo, che vendeva attrezzature fotografiche di seconda mano, dove acquistavo spesso un po’ di robaccia, e cercavo di capire cosa potevo farmene. Non è che avessi una particolare urgenza di costruire fotocamere o altro; volevo soprattutto capire come funzionavano le cose, e replicare i processi. Questa attitudine deve provenire dalla mia formazione ingegneristica.

Che cosa non ti soddisfaceva delle tecnologie fotografiche industriali?

Soprattutto mi disgustava il fatto che le aziende vendessero attrezzature (spesso passate per “speciali”) per 100 o 1000 volte il costo di produzione. Questo è un profitto del 99.99 per cento. Ciò che è peggio, secondo me, è l’atteggiamento dei fotografi, che si vantano di aver scoperto e comprato un’attrezzatura da ultimo “stato dell’arte”, mentre i nuovi dispositivi in realtà risalgono al XIX secolo, e forse potrebbero essere costruiti in casa con cartone e nastro adesivo. Qui sto esagerando, naturalmente.

E’ cambiato qualcosa dopo la rivoluzione digitale?

Con la rivoluzione digitale, tutti ormai sono fotografi. All’inizio mi prendevo gioco delle immagini digitali, nei testi critici di alcune mostre, e con alcune installazioni (dieci anni fa). Non riflettevo molto sui processi digitali. Ancora oggi il digitale ha molta strada da fare prima di dichiarare la propria indipendenza dai processi fotografici. Forse continuerà ad essere soltanto fotografia, come i cambiamenti nei processi durante il XIX secolo hanno avuto solo lievi (ma evidenti) effetti sull’estetica. Non sono sicuro di cosa possa essere l’estetica “digitale” – ammesso che ce ne sia una.

Non dimentichiamo che la “rivoluzione digitale” va avanti dalla metà degli anni ’70 – da trent’anni, e le immagini computerizzate risalgono agli anni ’40. La grafica generata dal computer – così all’avanguardia – ha fatto la sua prima apparizione nei telegiornali venti anni fa. Che spreco di tempo. Non ho più una televisione, ma la guardo in bar e ristoranti. L’estetica è qualcosa che deve attirare l’attenzione? Mi meraviglio di quanti studi psicologici trattino di questa stupida grafica. Questo per quanto riguarda il digitale.

Ho applicato dispositivi digitali a installazioni scultoree: ho organizzato una mostra nel 1996 (chiamata “NO CARRIER”) che criticava sia Internet che il suo immaginario. Poche persone hanno recepito il messaggio. Ma le stampe digitali di volti di prostitute della rete (8″ x 10″ in 40 x 50 pixel) hanno venduto bene.

Da allora ho creato la fotocamera digitale per cani da guardia, tostapane parlanti, ho collegato amplificatori e dispositivi, ho scolpito un teschio che parla grazie a un nastro generato da Sound Blaster (hey: digitale!).

Jno Cook & Gordon Ligocki alla mostra "Tales (not truths) by The Mechanic & The Handyman"

Jno Cook & Gordon Ligocki alla mostra “Tales (not truths) by The Mechanic & The Handyman”, presso il Brauer Museum of Art. Foto di Linda Dorman

Quale è stato il tuo primo progetto fatto in casa?

Al liceo: tanto tempo fa, lo ricordo a malapena. Cercavo di calcolare la distanza focale per una macchina a soffietto dotata di una lente supplementare di lunghezza focale sconosciuta. Ho fatto alcune foto a dei fiammiferi. Ho sviluppato la pellicola in un armadio. Ma ho fatto anche altre cose: ho costruito una radio, cablato amplificatori, smontato juke-box, ho letto l’Enciclopedia.

Quale dei tuoi progetti ti ha soddisfatto di più?

Attualmente: la testa parlante (che, incredibilmente, funziona ancora), e il globo rotante (anch’esso tuttora funzionante). Devi capire che la mia formazione formale era artistica. Così, appena sono diventato noto per le mie macchine fotografiche, ho smesso di costruirle. Quindi ho iniziato a costruire proiettori, e dopo mi sono dedicato alle macchine. Ho fatto una mostra sui computer. Quando hanno iniziato a conoscermi per le macchine di vario tipo, sono passato ai segnali autostradali. Adesso (e da dieci anni), mi occupo di cosmologia.

Pensi che il fatto di costruire e modificare fotocamere debba essere considerato parte dell’attività del fotografo? Se è così, perché i fotografi normalmente non lo fanno? Sono tecnologie troppo complesse? C’è qualche interesse nel non lasciare che i fotografi facciano da sé?

I fotografi vengono influenzati dal marketing dei prodotti, che promuove l’idea che soltanto con attrezzature speciali si possano realizzare quelle fotografie in stile pubblicitario. La tecnologia delle lenti e della pellicola è semplice. Solo quando si arriva al digitale le cose diventano così complesse da andare oltre la comprensione di ogni essere umano. E ciò si trasforma in un monopolio dei prodotti, affermazioni inverosimili, prezzi sempre più alti. La fotografia è un’industria commerciale. Non ha niente a che vedere con ciò che vogliamo. Le uniche scelte che ci vengono concesse sono scelte commerciali. Quanto costa produrre la milionesima fotocamera? Un dollaro? E a quanto viene venduta? 400 dollari.

Forse il mio atteggiamento è diverso da quello degli altri fotografi. Io ho una formazione ingegneristica. Gli ingegneri fanno cose. Se riesci a capire come una cosa funziona, o come dovrebbe funzionare, allora la puoi realizzare.

C’è qualche differenza tra i tuoi progetti realizzati su commissione e quelli personali?

Non molta. Alcuni progetti non sono mai stati completati perché le persone che stavo aiutando hanno lasciato la città a causa del lavoro, o per laurearsi, o per iniziare ad insegnare. Qualunque fosse il progetto, non è mai stato completato. I problemi che volevano affrontare sono stati risolti con la consapevolezza che ciò era possibile. E con questo ho perso interesse, per lo più.

Ho anche avuto a che fare con persone che mi erano state mandate da altri. Ma nel corso degli anni ho iniziato ad allontanarmi da queste persone. Sentivo sempre di più che avrei dovuto lasciarli risolvere da sé i propri problemi.

a work inspired by cosmology

“Ptolemy’s Universe” di Jno Cook

Come descriveresti il tuo metodo di lavoro? C’è spazio per la casualità nel tuo approccio ingegneristico?

L’ingegneria è soltanto l’applicazione di alcuni principi che conosci. Non si “fanno cose” in modo casuale. Immagina un fabbro che ferra un cavallo in modo casuale. Però io amo gli elementi casuali. Un amico una volta ha osservato, a proposito delle mie fotocamere, che sembrava che avessi soltanto raccolto cose dal pavimento del mio seminterrato, e avessi cercato di farle stare tutte insieme. Suppongo che possano sembrare casuali. Ma non è proprio così. Spesso avevo un’idea, e l’ho tenuta in mente per anni prima di trovare i pezzi che mi servivano in qualche negozio di seconda mano.

Sono discretamente abile con il trapano, le lime, il seghetto, e alcuni altri strumenti. Quando ero più giovane smontavo macchine fotografiche da 35 mm con una lametta da rasoio rotta e un coltellino – che usavo come cacciaviti. E soprattutto conosco bene i materiali, so tagliare l’alluminio e altri metalli, so saldare, so fondere la plastica e incollare le cose. E come ingegnere elettronico conosco cose strane, come far andare al contrario il motore di un orologio, modificare i relè per fare quello che mi serve, saldare insieme le parti, regolare le luci con i diodi. E conosco l’ottica abbastanza bene da prevedere come si comporteranno le lenti, o come modificarle.

Devo aver avuto molta pazienza; oggi non è più così. Mi ricordo di quando smontavo e riassemblavo fotocamere (qualcosa come 50 pezzi), più e più volte fino a quando finalmente non funzionavano in modo corretto.

Ero solito tenere una morsa attaccata al tavolo della cucina.

Come è organizzato il tuo laboratorio?

Laboratorio! Si tratta di una piccola stanza nel seminterrato, che serve anche come deposito di pezzi e attrezzi per la manutenzione della casa. Ci sono scatole aperte di parti meccaniche di cui ho perso le tracce. Ho una sega da tavolo autocostruita, un trapano a colonna del XIX secolo, un paio di morse, una morsa rotta che uso come incudine, una serie di punte per filettare e per il trapano, e un centinaio di cassettine piene di roba catalogata con nomi vari.

Il pavimento è pieno di segatura e trucioli metallici. Ci sono due banchi da lavoro pieni di cose su cui avrei potuto lavorare una volta o l’altra. Devi scavalcare scatole, utensili elettrici, prolunghe, rivestimenti per verniciare, pezzi di legno, barattoli di vernice, finestre che aspettano di essere riparate, e cassette per gli attrezzi. Quando ho finito di ristrutturare una casa a McHenry (50 miglia da Chicago), ho subito accatastato tutto. Scale, impianti idraulici, tegole, stanno tutti in questa stanza, e non ho mai ripulito. Parliamo di dieci anni fa. Lavoro anche in cucina (e nessuno si lamenta, visto che cucino io).

La tua Cockroach Camera è una delle mie preferite. La funzione di questa fotocamera è molto particolare. Come è nato questo progetto? L’hai mai usata?

In casa avevamo gli scarafaggi. I gatti ne catturavano solo uno all’anno (su 50.000), e ci giocavano. Ho costruito la macchina per fotografarli (e non per fulminarli con una scarica elettrica). Ho pensato di mettere del cibo per gatti sotto l’obiettivo, ma non ha funzionato. Così è rimasto un pezzo concettuale, per un po’.

Poi qualche rivista mi ha chiesto di inviargli una fotografia degli scarafaggi fatta con quella macchina. Il bidone della spazzatura in cucina era montato su una stufa con dei morsetti per le porte, in modo da impedire ai cani di spargere l’immondizia. Gli scarafaggi vivevano lì. Allora ho smosso tutto più volte, facendoli uscire e acchiappandoli con un sacchetto di carta. Ho chiuso il sacchetto lasciando solo un piccolo spiraglio, e ho terrorizzato gli scarafaggi facendo crepitare il sacchetto – e facendoli andare verso la piattaforma della fotocamera.

Non abbiamo più scarafaggi. Ma non a causa della macchina fotografica.

Ho letto che l’idea di esporre le tue fotocamere è venuta a un gallerista. Eppure, mi sembra così naturale, visto che il tuo lavoro è incentrato sulla tecnologia. Cosa pensi del fatto di esporre le macchine fotografiche, e non solo le fotografie – come avviene normalmente nelle mostre fotografiche?

Permettimi di rispondere così: all’inizio volevo esporre le macchine senza immagini, e così ho fatto, perché pensavo che fosse più interessante stimolare il pubblico a usare la propria immaginazione per pensare alle foto che le macchine avrebbero potuto fare, piuttosto che vedere i risultati effettivi. Ma al List Visual Arts Center, e in altri posti, volevano vedere i risultati. I risultati non erano un mio problema. Sapevo tutto sul funzionamento delle macchine. Ci risiamo: si tratta di risolvere un problema, non è una questione di realizzazione, e dunque non è una questione di immagini.

Ho pensato di fare qualcosa di simile costruendo strumenti speciali, per stimolare lo spettatore a immaginare cosa potrebbero fare o per cosa potrebbero essere usati.

Non è questa la materia dell’arte? E’ per questo che non riesco a capire gli artisti che fanno sempre le stesse cose. Una volta che si è trovata la soluzione, perché ripetersi? Lasciatemi dire che l’arte è una critica radicale della rappresentazione. Quando avete trovato la soluzione a una modalità di rappresentazione, è fatta. Bisogna quindi intendere la creazione di queste fotocamere come una critica radicale dei prodotti commerciali, scintillanti e rifiniti, e del modo in cui vengono presentati al pubblico, che ovviamente è la pubblicità.

Uno degli elementi con cui vengono presentati è il suggerimento che l’attrezzatura sia la soluzione ai vostri desideri insoddisfatti di immagini. Le pubblicità dei modelli in vendita mostrano sempre un’immagine (come nelle riviste): ciò che potrete fare quando avrete comprato quella fotocamera. Che è anche il motivo per cui non volevo far vedere ciò che le mie macchine potevano fare. Pochi curatori soltanto (alla Randolph Street Gallery) l’hanno capito. Tutti gli altri volevano immagini. E quando ci sono le immagini, la gente le osserva con attenzione, e trascura le fotocamere.

Cockroach Camera

“Cockroach Camera” di Jno Cook (1978)

Come descriveresti la reazione del pubblico alle tue esposizioni?

Grande – almeno alla prima mostra, dove c’erano solo fotocamere piazzate su piedistalli di 1,5 m, tutte rivolte nella stessa direzione. Erano venti fotocamere. C’era anche una proiezione nella sala adiacente, così 600 persone sono passate davanti alle fotocamere assemblate. Quell’esposizione ha avuto un’ampia recensione sulla stampa, e mi sono affermato come artista e scultore a Chicago. Poi c’è stata la recensione di Beth Horning. Che donna straordinaria. Ha preso un aereo per Chicago per parlarmi, e mi ha fatto le domande giuste. Sono stato intervistato diverse volte, ma in quel caso si trattava di una persona esperta.

Hai mai incontrato qualcuno che ha iniziato a costruire macchine fotografiche dopo aver visto i tuoi lavori?

Sì, alcuni studenti. Ma la maggior parte di loro non è andata da nessuna parte, perché non sono ingegneri con un profondo bisogno di risolvere problemi.

Spesso, nelle storie della fotografia, la popolarizzazione della tecnologia fotografica viene definita come una sorta di “democratizzazione”. La tua idea di “democratizzazione” è molto diversa. Qual è il tuo punto di vista?

A un certo punto il processo di democratizzazione dovrà fermarsi. Ad eccezione dell’ultima parte del XIX secolo, le persone non preparavano i propri negativi e la carta per stamparli. E anche nel XIX secolo si dipendeva da lenti e macchine fotografiche fornite dai produttori (Ok, io ho realizzato la mia carta fotografica).

Forse la mia “idea di democratizzazione” è diversa da ciò che il commercio definisce come “scelta”. Un mio zio di Curacao si stupiva per l’ampia gamma di marchi disponibili nei negozi di liquori di Chicago. Ovviamente, ciò che non è disponibile è la scelta di fare da soli il proprio whisky.

La popolarizzazione di cui parli è la diffusione generalizzata di macchine basate sul sistema della pellicola in rullo, iniziata dalla Kodak nel 1888, che ha eliminato il monopolio della produzione di immagini fotografiche da parte di pochi professionisti. E naturalmente tutto ciò si basava su un’assoluta stupidità e su un ottuso disinteresse nei confronti dei processi da parte degli utilizzatori. Nessun bisogno di sapere qualcosa sui livelli della luce, la velocità dell’otturatore, i diaframmi, o la messa a fuoco. E la stessa attitudine ad agire senza usare il cervello ha prevalso sulla scelta del soggetto, la composizione, il punto di vista, la separazione del primo piano. Forse è per questo che le fotocamere stereo non sono mai diventate popolari. Perché richiedono un’estetica molto ben definita: il gruppo aperto dei dipinti rinascimentali. Devi sapere cosa stai facendo.

Ci sono altri aspetti del tuo lavoro sulla tecnologia che ritieni importanti dal punto di vista sociale e politico?

Il mio “lavoro” è tutto un monologo di critica sociale, a volte politica, e una critica del fare arte. C’è qualcuno (a parte te) in grado di capire, e anche di ascoltare? Importa a qualcuno? Mi interesserebbe molto di più produrre opere come quelle di Jorge Borges: un portatile, diffuso, continuo commento sul linguaggio, intellettualmente stimolante quando si cerca di rimetterne insieme i pezzi, e forse anche educativo.

Lavori ancora sulla tecnologia fotografica?

Negli ultimi dieci anni ho scritto: dalla fine del 2001 alla fine del 2011, sette giorni su sette, otto-dieci ore al giorno. Una storia completa dell’universo – o almeno di questo mondo. Non leggetela, o vi danneggerà.

Che parte occupa la fotografia nella tua più ampia produzione artistica?

La fotografia è, e sarà sempre, parte di quello che faccio. Continuo a guardare e vedere.

Intervista realizzata da Frankenphotography.com. Ringraziamo Jno Cook per la disponibilità e la cortesia con cui ha risposto alle nostre domande.

3 Commenti to “L’ARTE DELL’AUTOCOSTRUZIONE: UNA CHIACCHIERATA CON JNO COOK”

  1. Complimenti interessantissima questa intervista!

  2. [...] Akroyd & Harvey, Matthew Brandt, Binh Dahn, Wayne Martin Belger, Francesco Capponi, Jno Cook, Paolo Gioli, Tayo Onorato & Nico Krebs, Abelardo Morell, Brana Vojnovic e molti [...]

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