gino mazzanobile italian camera maker

Parlare di fotografia con Gino Mazzanobile è un’emozionante avventura: ci si ritrova a viaggiare nel tempo e nello spazio, tra le antiche tecniche dei pionieri, tra fori stenopeici in grado di impaurire i bambini e conquistare gli adulti, tra sperimentazioni personali donate alla collettività. Un viaggio sostenuto dal vento della passione, filo conduttore della sua esperienza quarantennale, e dal fare artigiano, di cui ci si dimentica quando ci si accontenta di “premere un bottone”, iniziato quando…

La fotografia l’ho incontrata da piccolo. Mi ricordo che ero a casa dei miei nonni ed ero sdraiato sul lettino, una mattina presto. Fuori dalla finestra, che ovviamente era chiusa, ho notato alcuni raggi di luce che entravano da qualche fessura nelle tapparelle. Questi raggi di luce li vedevo proiettati sulla parete opposta a dove ero sdraiato. Ho visto con stupore per la prima volta delle immagini di carretti che sostavano in un piazzale, proprio sotto l’appartamento. Queste figure che si creavano nella parete opposta rispetto a me rendevano quella visione in immagini capovolte. Sentivo il vociare dei carrettieri, il rumore degli animali con i carretti, però ovviamente tutto ciò che vedevo era sottosopra. Quello fu il mio primo approccio con una cosa che in un primo momento mi fece un po’ paura, però fece scattare una molla, e da quel momento fui curioso di sapere come mai avveniva questa visione di un mondo al contrario. In realtà sapevo con certezza che gli animali avevano quattro zampe che stavano per terra, che i carretti erano sulla strada e i carrettieri pronti per i loro viaggi. E quindi questo fenomeno nel tempo l’ho potuto studiare e assimilare, ed è nato il mio interesse per tutto ciò che è l’immagine, la fotografia, l’inizio di un percorso che mi ha portato fino ai giorni nostri.

Quindi il tuo primo incontro è stato plasmato da questo fenomeno della camera oscura, che si è riprodotto casualmente…

Sì, esatto. Ho visto in anteprima quella che in realtà è la sostanza della camera oscura, che poi è la sostanza della fotografia. Questa sorta di immagine capovolta che si può osservare tranquillamente – l’ho anche dimostrato in qualche workshop – chiudendosi all’interno di una stanza e facendo un buco su una tenda nera. Dal tendaggio entra la luce che proviene dall’esterno, e se all’esterno si muove qualche cosa l’immagine che si vede passare attraverso il foro viene proiettata in una parete opposta al foro. Che poi è il principio della fotografia, della macchina fotografica, della camera oscura stessa.

Poi cosa hai fatto? Sei andato a cercare delle informazioni su questo fenomeno? Come hai fatto a riportarlo alla fotografia?

In questo lungo viaggio, nel corso degli anni, ho avuto modo di approfondire il fenomeno attraverso lo studio di tutti coloro che se ne sono occupati. Il discorso della camera oscura nasce con l’uomo. È un fenomeno vecchio come il mondo, che tante persone, come Leonardo, Girolamo Cardano, hanno studiato e corretto con l’apporto di lenti sempre più sofisticate, per cercare di fermare le immagini che si formavano all’interno della camera stessa. Quindi il principio sostanziale della fotografia è quello di una camera scura al cui interno entra un raggio di luce, in linea retta, e questa luce colpendo un muro bianco, un tendaggio bianco, o nella fattispecie della macchina fotografica un supporto fotosensibile, fa sì che si crei un’immagine. E da lì in avanti prende corpo il discorso sulla fotografia.

diy view camera by gino mazzanobile

“Ba.n.co” ottico. Utilizza pellicola Piana nei formati 4″x5″ e 8″x10″ e Polaroid 4″x5″.

Che tipo di percorso hai fatto per avvicinarti alla fotografia? Un percorso istituzionale o da autodidatta?

Io sono autodidatta, nel senso che non ho avuto la fortuna di poter seguire un corso di studi inerente alla fotografia. Ma allo stesso tempo ho avuto l’opportunità di conoscere delle persone, anche qui a Varese, dove vivo da tanti anni, che mi hanno dato una mano, mi hanno introdotto nel mondo della fotografia iniziando dalle riprese. Avevo già uno spiccato senso dell’inquadratura, della ricerca sulla fotografia. Un amico, un operatore Rai Tv, con delle dispense della Rai mi illuminava piano piano su tutto quello che poteva essere riportato a quella che è la mia passione, e che ha fatto anche parte del mio lavoro. Per alcuni anni sono stato un fotografo free lance, ho lavorato a livello professionale. Ha aperto la mia mente a ciò che può essere la ripresa fotografica, e anche cinematografica. Tutte queste conoscenze hanno fatto sì che in me nascesse spontaneo il bisogno di approfondire una materia che comunque comprende tante conoscenze, perché la fotografia non è a sé stante, è un mix di tante discipline, di matematica, di ottica, di fisica, di chimica. Studiare la luce implica altre conoscenze che possono essere soddisfatte con lo studio, con l’applicazione, e soprattutto con la passione.

Non posso non chiederti cos’hai pensato rispetto alle conoscenze che ormai avevi acquisito e approfondito nel momento in cui la fotografia è diventata digitale…

L’era del digitale ha portato un grande scombussolamento, positivo e negativo. Positivo perché ha introdotto una nuova concezione di ripresa, più veloce e più adatta ai professionisti. Quello di prima era un discorso molto più lento, che aveva una sua tempistica. Qualitativamente parlando, ognuno ha le sue idee. Io rimango ancorato all’analogico. Spesso uso la similitudine del vinile e del cd. La musica è la stessa, ma potendo scegliere io preferisco ascoltare il vinile, senza nulla togliere al formato digitale. Dipende poi dall’uso che uno fa della fotografia o della musica. Potendo scegliere, rimango ancora dell’idea dell’analogico. Poi quando ci metti le mani, quando sai cosa devi fare, quando sai cosa vuoi ottenere, un sistema vale l’altro. Però un po’ di roba tua ci dev’essere dentro. Io sono una persona che ama chiudersi in camera oscura e lavorarci. Si può lavorare anche in camera chiara, ma è un compito che viene assistito e guidato da un computer. Programmi come Photoshop non li disdegno, ci mancherebbe altro, però personalmente trovo più soddisfazione a eseguire le mie stampe, a sviluppare i miei negativi, senza nulla togliere a quello che può essere il procedimento digitale.

Homemade 4x5 Camera by Gino Mazzanobile

“Camera Country”. Utilizza pellicola piana nel formato 4″x5″.

Una persona che si avvicina oggi alla fotografia, che si avvicina quindi al digitale, non avendo bisogno di tante conoscenze che prima erano necessarie, che cosa perde secondo te?

Secondo me quelle conoscenze non sono perse, sono ben riposte in persone come me, che amano ancora questo genere di produzione. Io ho sempre cercato di condividere con gli altri le mie sperimentazioni. Amo definirmi “fotografo per passione” proprio perché mi sento uno sperimentatore, ho cercato sempre di metterci le mani dentro, non mi sono mai accontentato di vedere il prodotto bello e finito, tant’è che costruisco le mie macchine fotografiche. Possono essere un po’ primitive, però quello che mi spinge è una forte curiosità, e soprattutto vedere se l’esperimento riesce. È ovvio che poi questo implica una conoscenza acquisita sul campo. Devi acquisire delle informazioni, devi studiare certi argomenti, e poi eventualmente metterli in pratica. Ma non tanto per vedere se l’esperimento riesce, perché tanto poi un esperimento riesce, quanto per poterne parlare, per trovare persone interessate a un discorso fotografico, in senso stretto o in senso lato, e magari a dimostrazione che quello che abbiamo studiato si può metterlo in pratica. Se c’è la curiosità e la passione prima o poi riesci. Mi auguro che la fotografia rimanga sempre una fotografia, dal mio punto di vista, classica. Certo, ci sono fotografi che amano scattare nei modi più disparati, ma l’importante è che lo spirito sia sempre improntato alla conoscenza, alla sperimentazione, perché se manca un po’ di curiosità si finisce per non arricchirsi. Io la penso così.

Vorrei chiederti cosa pensi dell’autoproduzione. Cos’è che ti ha spinto a iniziare a costruire macchine fotografiche? Come hai iniziato, qual è stato il tuo primo progetto?

Il discorso è un po’ lungo. Sono sicuro e convinto che il fotografo amatore, non il professionista che vive la fotografia come un lavoro, trovi comodo e sicuro l’utilizzo di attrezzature particolari. Ovviamente bisogna trovare il tempo per fare una cosa, e farla in un certo modo. La molla mi è scattata in Sicilia, nella mia terra. Mi trovavo lì in vacanza e avevo una macchina fotografica, una Nikon 35mm, quindi una cosa abbastanza tranquilla, e mi ero prefisso di fotografare il Monte Pellegrino. Avevo in mente di fare una fotografia panoramica, composta da più immagini. Non avevo con me delle ottiche particolari, ma delle ottiche normali. E quindi mi sono messo a fare tre o quattro scatti del Monte Pellegrino da una località balneare. Il mio intento era quello di metterle insieme con Photoshop e di avere un bel panorama 35×70, quindi una bella veduta. Riuscii nell’intento, però anche il lavoro in camera chiara fu bello tosto. Sicuramente mi ha portato delle conoscenze nuove, fu una bellissima avventura, ma nella mia testa si mise in moto un meccanismo nuovo. Mi dissi: “ma perché non cerchi di fare un qualche cosa che ti possa dare una fotografia panoramica vera e propria, senza diventar matto con gli spezzoni, i colori, etc.?” E così, per non ricorrere a macchine professionali che fanno direttamente fotografie panoramiche, buttai giù un piccolo schizzo, mi documentai, e feci una macchina fotografica panoramica. Ovviamente c’era il problema dell’ottica. Avrei potuto comprare, se ne avessi avuto la possibilità, una macchina tipo la Widelux, che fa il formato panoramico, invece ho costruito una macchina fotografica panoramica, però stenopeica, perché era un progetto al quale stavo lavorando da un po’ di tempo e quindi volevo sfruttare le due combinazioni. Riuscii nell’intento, e adesso alcune produzioni che ho fatto sono direttamente su pellicola 120, quindi professionale. In un’unica seduta riesco a fotografare uno spezzone di pellicola che misura 6×18. Quindi tutto il Monte Pellegrino e oltre sta abbondantemente in questo spezzone di pellicola. È stata un’esperienza molto interessante. Poi vista con un’altra lettura, quella del foro stenopeico, che è la mia grande passione.

homemade panoramic pinhole camera 6x18

homemade panoramic pinhole camera 6x18

Fotocamera Panoramica a foro stenopeico 6×18. Utilizza pellicole 120.

Parlami di questa passione…

Il foro stenopeico è un residuato di arte e di fotografia vecchio come l’uomo. Il bello di questo tipo di fotografia è che sei libero, non hai automatismi, è un tipo di fotografia che vivi con molta serenità, con spensieratezza, che ti dà la possibilità di osservare e di riflettere su che cosa stai facendo. Non ti devi curare se c’è troppo sole, troppa ombra, se puoi compromettere il funzionamento di una macchina fotografica tradizionale. Basta avere un po’ di occhio, sapere cosa stai facendo, e soprattutto conoscere la luce. Con un po’ di abilità e un po’ di conoscenza riesci ad avere delle fotografie, pur non perfettamente a fuoco, perché sappiamo che il foro stenopeico è sì un’ottica, ma ovviamente non è un’ottica paragonabile a quelle di una fotocamera reflex. È un buco, un buco fatto di aria, molto piccolo. Quindi, con degli accorgimenti particolari riesco a produrre i miei fori stenopeici e a farli funzionare con alcune macchine fotografiche che costruisco per mio diletto, e che uso per i miei lavori. È un modo di fotografare che sta resuscitando, che può essere una valida alternativa alle solite vecchie fotografie prodotte con macchine digitali o con macchine analogiche, e che comunque ti dà la possibilità di produzioni veramente uniche, anche senza l’utilizzo della classica pellicola fotografica.

Mi pare di capire che certe volte l’autocostruzione sia necessaria perché si possono costruire macchine che normalmente non si trovano in commercio o che sono particolarmente costose, come le macchine panoramiche. Altre volte invece è un discorso più creativo, di sperimentazione con tecnologie più datate, per vedere cosa viene fuori e avviare una propria ricerca creativa. Perché secondo te i fotografi normalmente non costruiscono le proprie attrezzature?

Il professionista ovviamente deve avere un prodotto affidabile, che soddisfi le aspettative del committente. Fuori dell’attività professionale, costruire e utilizzare macchine come quelle stenopeiche è un validissimo sistema anche per scaricarsi dallo stress. Io trovo che fotografare con questi metodi sia una valvola di sfogo sia creativo che mentale. Non essere più schiavi della tecnologia, degli algoritmi, degli esposimetri. Sono delle combinazioni molto lente, ponderate, che ti portano a un ragionamento. Io esco per fare 3-4 fotografie al massimo, contro i 200-300 scatti che mediamente un fotografo amatore esegue quando va a farsi una passeggiata. Io sono più per quel tipo di fotografia che per le centinaia di fotografie che poi magari vengono archiviate e nessuno mai le guarderà. Mi piace questo tipo di fotografia molto curata, e soprattutto che sia più artigianale possibile.

DIY 6x6 Pinhole Camera by Gino Mazzanobile

homemade 6x6 pinhole camera by Gino Mazzanobile

Pinhole Camera 6×6. Utilizza pellicole 120.

Sul tuo sito ho letto che definisci le tue costruzioni come “congegni idonei allo studio della luce” e come “semplici costruzioni artigianali alla portata di tutti”. Spiegami queste tue definizioni…

Li reputo più semplici perché, ovviamente, si possono fare con una scatola di scarpe, o con un parallelepipedo, o con una noce, o con una scatoletta di confetti, è una cosa semplice. Anche a un bambino, se gli spieghi il funzionamento, la cosa risulta semplice. Risulta meno semplice l’utilizzo e l’approccio di chi non ha mai avuto la possibilità di cimentarsi con questo genere di produzione, e quindi si trova un po’ spiazzato. Tanto più che oggi anche con un telefonino da quattro soldi puoi tirare fuori delle immagini che tutto sommato sono buone. Non è tanto il contenitore che può dare la bella fotografia, ma tutto quello che ci sta dietro, che ti porta ad avere un’immagine con una chiave di lettura semplice anche dal punto di vista costruttivo. Tutto sommato, una scatola di scarpe con un foro davanti e un pezzettino di carta opalina dietro che gli fa da visore è già una macchina fotografica. Ovviamente tinta di nero all’interno, magari opaco per evitare infiltrazioni di luce, ed è una macchina fotografica.

Non trovi che questo possa avere anche un valore didattico, per esempio nel caso della fotografia stenopeica, che negli anni ’60 veniva praticata infatti nelle scuole?

La fotografia è un linguaggio, io la inserirei come materia di studio idonea per la comunicazione. Se ci si pensa è facile con le basi e un buon allenamento raccontare una storia a parole, altra cosa è raccontare la stessa storia con le immagini. Sarebbe un esercizio valido per la sintesi. Fotografia significa scrivere con la luce, se trovi il modo per comunicare hai fatto centro.

Homemade 5x7 Folding Camera by Gino Mazzanobile

Fotocamera a soffietto. Utilizza pellicole 5″x7″.

Quindi è anche una questione di educazione, di imparare a raccontare e a vedere. Qual è il modo migliore per trasmettere questa funzione della fotografia? La fotografia stenopeica può offrire qualche vantaggio, da questo punto di vista, rispetto a una forma più tradizionale di fotografia come quella digitale?

La macchinetta digitale ovviamente è semplicissima, però rimani “schiavo” dei suoi automatismi. Io non ho nulla contro il digitale, è solo un modo diverso di pensare. Vorrei trasmettere nell’immagine qualcosa che va oltre quella che può essere la “percezione” del digitale o della reflex analogica. Il foro stenopeico ti dà l’opportunità di andare oltre. È questo di più che a me piace poter riscoprire e cercare di trasmettere con le mie sperimentazioni. È questo il valore aggiunto che io do alla ripresa stenopeica, che eseguo da tanto tempo. Di combinare la riflessione e il relax che una persona può provare con il foro, piuttosto che con una apparecchiatura che non gli consente di abbassare la guardia perché deve stare attento a tantissime cose. Sono molto più libero con le mie macchine di legno, con i miei fori fatti in lamierino, lavorati pazientemente sul mio banchetto, e sono contento così.

Cosa mi dici invece dei tuoi esperimenti con la tecnologia del collodio?

Parlando di antiche tecniche, ho provato nel corso degli anni diversi tipi di realizzazioni, di stampe. Amo tantissimo stampare. Ho una camera oscura che mi dà l’opportunità di poter realizzare quello che mi passa per la mente. Ho provato il collodio ma anche la cianotipia, la stampa al carbone. Sono stampe davvero belle. Sono cose però che ti prendono tempo e hanno bisogno di una conoscenza che si acquisisce giorno dopo giorno. Ogni cosa ha la sua tempistica, il suo tempo di maturazione. Ci vuole una vita intera, e forse non basterebbe neanche, per provare tutte queste tecniche. Bisogna sapere cosa si vuol fare, dove si vuole andare, cosa si vuole produrre.

caffé. fotografia al collodio umido

“Caffé”, fotografia al collodio, 2012.

Perché hai portato avanti il discorso del collodio?

Non so se hai letto il mio articolo dall’anno scorso… mi trovavo a Milano e avevo il banco ottico che avevo costruito qualche anno fa. Stavo cercando di fare delle inquadrature particolari. Entrai in un rigattiere in una viuzza di Milano e all’interno del negozio vidi una scatola con dentro delle immagini che non avevo mai visto, se non in qualche libro o su internet. Si trattava di cornici con dentro dei vetri. Questi vetri mi incuriosirono tantissimo, perché erano delle immagini che non avevo mai visto dal vero. Quindi chiesi di cosa si trattava, e il rigattiere mi disse “guardi, sono delle cose che han lasciato lì così”. Capii che erano molto vecchie, ed erano in effetti delle ambrotipie. Un procedimento unico, irripetibile. Ogni immagine è un’immagine a sé, non se ne possono fare due uguali. Da quel momento ho iniziato a documentarmi e a produrre qualcosa. È stato un viaggio affascinante, che prosegue tuttora. Mi ha dato la possibilità di confrontarmi con altre persone, aprire orizzonti sconosciuti, e di addentrarmi sempre di più nel discorso del fotografare in modo inusuale, perché i tempi sono molto lunghi, occorre un certo tipo di luce, il procedimento è un po’ complesso – anche se con questo procedimento hanno documentato la guerra di Crimea.

ferrotipia di Gino Mazzanobile

“Pagliaccio”, ferrotipo.

So che organizzi dei workshop sulla fotografia al collodio…

Sì, l’anno scorso, all’interno di una manifestazione chiamata “vintage weekend”, ho organizzato un workshop, per vedere quale effetto poteva avere sulla gente questo genere di fotografia. Avendo già avuto altre esperienze col foro stenopeico decidemmo di provare una sorta di “giornata al collodio”. Fu davvero una bella giornata, la curiosità fu tantissima. Siamo quattro gatti, in Italia, a dedicarci a questa produzione, su vetro e su alluminio. Tantissime persone incuriosite hanno avuto l’opportunità di farsi ritrarre, com’era in uso nell’Ottocento tra gli anni ‘50 e ‘70. Qualcuno addirittura telefonò per sapere se poteva portare un cambio, e quindi ho fatto qualche ritratto in stile ottocentesco. È stata un’esperienza molto affascinante e interessante per chi ha potuto provarla dal vivo.

Come reagiscono le persone di fronte a un procedimento come questo?

Una persona che non si è mai vista fotografata su uno specchio, o su un vetro, non si aspetterebbe mai di potervisi rivedere, e quindi è ‘ molto significativa per chi non ha mai visto questo genere di produzioni.

ferrotipo di Gino Mazzanobile

“Fiori”, ferrotipo.

Un altro aspetto interessante del tuo lavoro è che metti la tua esperienza a disposizione di chiunque, attraverso il tuo sito, condividendo le informazioni, attivando uno scambio da cui si intuisce che la tua ricerca non è soltanto individuale. Costruisci il tuo percorso, però ti interessa anche condividere e scambiare esperienze. Qual è la tua opinione in merito all’importanza della condivisione?

Secondo me condividere è alla base di tutto. Stento a credere che in passato, contattando persone per avere informazioni e confrontarmi, abbia trovato un muro o indifferenza. Probabilmente queste persone sono convinte di avere l’esclusiva. Ho trovato persone molto ostiche, “riservate”, che si blindano affinché non trapeli nulla. Io non ci trovo niente di male. Siccome non è un lavoro, ma una passione, tutto quello che riesco a produrre lo rendo pubblico, perché secondo me internet è un luogo di scambio. Sigillare il sapere… per me non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere tutto accessibile. Penso che la maggior parte delle persone non ami il confronto, ma bisognerebbe ogni tanto confrontarsi ad armi pari con chi fa le stesse cose, anche come semplice dimostrazione del fatto che magari si è arrivati alla determinazione di un prodotto finale. Vediamo tu cos’hai prodotto. È uno scambio di informazioni che potrebbe servire a tante altre persone.

Che tipo di feedback hai avuto tramite il tuo lavoro?

Di contatti ne ho tanti, ne ho tutti i giorni. Tantissime persone mi chiedono se posso costruire fotocamere per altri, ma io lo faccio per diletto, quindi non ci guadagno, non costruisco per altri ma per me. Però condivido con gli altri le informazioni e i miei progetti, li documento con immagini e filmati e pubblico tutto in rete.

“Folding”, ambrotipo.

Ti sembra che negli ultimi anni, anche grazie a internet, si sia esteso l’interesse rispetto ai tanti modi diversi di fare fotografia, o ti sembra che la situazione non sia cambiata?

La situazione secondo me è sempre quella. Spero che le aziende abbiano la furbizia di non chiudere i battenti, come è successo con la Polaroid o ultimamente con la Kodak, che la produzione rimanga qualitativamente buona, e che non mettano in un cantuccio la nicchia dell’analogico. Magari dovrei inventarmi in casa un’emulsione fotografica su un foglio di acetato. Mi auguro che non venga abbandonato mai il settore dell’analogico. È una valida alternativa per chi ha l’ambizione di produrre qualcosa di suo con i mezzi che ha a disposizione.

E se andasse nel peggiore dei modi, quindi si smettesse di produrre pellicole?

Con la riscoperta del collodio, avendo la materia prima, tu hai l’emulsione e quindi puoi esporre la tua fotografia come avveniva un tempo e come avviene adesso. Dovrebbero sparire tutte le sostanze che concorrono a formare una ricetta per l’emulsione. È ovvio che se di punto in bianco tutte le pellicole del mondo dovessero essere ritirate ci inventeremo qualcos’altro. Come l’uomo delle caverne, che pur di rappresentare qualcosa incideva il legno, la roccia o le pelli.

Vuoi aggiungere qualcos’altro?

Mi sento semplicemente di dire di osare, ogni tanto, di non dare niente per scontato. Avendo passione si possono riscoprire cose che non si usano più. Si corre sempre, si ha poco tempo per riflettere e per gustarsi anche le cose più banali. Suggerisco di fermarsi ogni tanto, tirare il fiato e fare quello che ci piace di più. Sentirsi bene con sé stessi. Io ci sono riuscito, ho trovato nella fotografia una valvola di sfogo non indifferente, e che mi ha dato la possibilità di conoscere tante cose. Riuscire a fare dal nulla una manifestazione, portarsi appresso le proprie fotocamere, farne vedere il funzionamento, far vedere come lavoravano una volta i pionieri della fotografia, non ha prezzo.

Ringraziamo sentitamente Gino Mazzanobile per aver condiviso con noi la sua storia e la sua intensa esperienza. Tutte le immagini © Gino Mazzanobile.

2 Commenti to “DI FORI E ANTICHE TECNICHE: GINO MAZZANOBILE, FOTOGRAFO PER PASSIONE”

  1. buongiorno, mi complimento con lei x il suo lavoro e per tutte le spiegazioni sulla fotografia stenopeica
    mi sto interessando tantissimo a questa affascinante tecnica, dalla prossima settimana spero di fare
    il primo scatto, una domanda le devo fare— la difficoltò dell`inquadratura , non c`è un sistema dove
    si possa in qualche modo vedere quello che si fà grazie un cordiale saluto pierangelo

    • Buongiorno Pierangelo, grazie per i complimenti! Il sistema più semplice per avere un’idea dell’inquadratura consiste nella predisposizione di una cornice in grado di inquadrare più o meno quello che si sta riprendendo. La realizzazione è semplice in condizioni sperimentali, basta scattare una foto e, a sviluppo compiuto, predisporre la cornice in base all’immagine ottenuta montandola poi sulla macchina. Questo non tiene però conto della distorsione ottica del foro stenopeico. Per tenerne conto ci sono due modi, secondo me:
      1) calcolare l’angolo di ripresa con gli appositi software, conoscendo le dimensioni del foro e la distanza focale, e costruire un mirino. Uno spioncino da porta, che se non sbaglio ha un angolo di 160°, è molto simile a una ripresa stenopeica grandangolare. Potrebbe essere un semplice ed economico compromesso.
      2) l’unico sistema davvero preciso è quello di utilizzare macchine che ci consentano di vedere quello che andremo a riprendere. Se si usa una reflex, ad esempio, montando il foro al posto dell’obiettivo vedremo la scena. Lo stesso con qualunque macchina dotata di vetro smerigliato. L’unico inconveniente è la scarsa luminosità del foro, ma la ripresa sarà proprio quella.
      Non so che macchina stia per utilizzare… a me piace la sorpresa, ma in fondo basta fare delle prove e conoscere il rapporto tra distanza focale e diametro del foro (la misura “f”) per poter “vedere” nella propria mente l’immagine :) Faccia questi calcoli, e se ha a disposizione una reflex o una macchina con vetro smerigliato faccia delle prove col foro… Spero di essere stato utile. Buon lavoro!

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