Thomas Roma, al secolo Thomas Germano, è un fotografo italo-americano e costruttore, tra le altre cose, di macchine fotografiche professionali. Ho deciso di scrivere questo post non soltanto perché le sue creazioni mi hanno molto impressionato, per via della raffinatezza dei dettagli costruttivi, ma soprattutto perché mi ha colpito la sua storia, che in quelle macchine (oltre che nelle sue fotografie) si incarna pienamente. Proverò a raccontare questa storia, puntellandola con le sue immagini fotografiche e ancor di più con quelle delle sue fotocamere, che nessun iconomeccanofilo (termine che un tempo designava gli spasmodici amanti delle creazioni ottico-meccaniche) potrà evitare di guardare con ammirazione.

thomas roma, image from

Da “Found in Brooklyn” © Thomas Roma

Brooklyn, New York: Thomas Roma nasce a Brooklyn negli anni ‘50. Lì cresce e si forma come fotografo frequentando i vivaci laboratori dove si incontrano i creativi newyorkesi. Ma Brooklyn è soprattutto la fonte di ispirazione del suo lavoro fotografico: quasi tutti i suoi libri sono indagini sulla vita del quartiere, peregrinazioni tra le sue strade (Found in Brooklyn, W.W. Norton, 1996), tra i vagoni della sopraelevata (Higher Ground, D.A.P., 1999), le sue piscine pubbliche (Sunset Park, Smithsonian Institution Press, 1998), i corridoi del tribunale penale (Enduring Justice, Powerhouse, 2001), le sue architetture religiose (Sanctuary, Johns Hopkins, 2002), le sinagoghe (On Three Pillars, Powerhouse, 2007), e i rituali della chiesa afroamericana (Come Sunday, MoMA, 1996). Quando lascia Brooklyn, Thomas va in Sicilia, a fotografare la terra dei propri avi (Sicilian Passage, Powerhouse, 2003). “In tutti questi anni ho fotografato Brooklyn, senza mai trovare me stesso” racconta a Blake Eskin, giornalista di ARTnews.

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Da “Higher Ground” © Thomas Roma

L’incidente: Thomas Roma trascorre la propria gioventù lavorando a Wall Street come trader. Inizia a 16 anni e, non potendo essere assunto legalmente, avanza a quello che diventerà il suo datore di lavoro una proposta difficile da rifiutare: si offre per lavorare gratuitamente fino al raggiungimento della maggiore età, lasciandogli la facoltà di decidere successivamente se assumerlo o mandarlo via. Nel 1969, a soli 19 anni, è però vittima di un grave incidente d’auto, che gli causa dei danni cerebrali. La sua azienda è disposta a mantenerlo per il resto della vita, in caso di impossibilità a riprendere il lavoro, ma lui decide di tornare alla propria attività. “Erano tempi meravigliosi per l’America e per il capitalismo”, ricorda in un’intervista in cui ripercorre i passi della propria carriera, “c’era qualcosa di profondamente umano”. La riabilitazione è lunga e problematica: costretto all’immobilità, deve stare seduto e dritto, non può guardare la televisione per via dei continui mal di testa e non ha concentrazione sufficiente per leggere. Decide allora di trascorrere quel periodo stando seduto a una finestra, guardando la vita scorrere davanti ai propri occhi. È in quel preciso momento che la fotografia si introduce nella sua esistenza, venendo in soccorso del suo sguardo costretto a dirigersi oltre il vetro – costretto alla passività.

Il primo incontro con la fotografia: un giorno il fratello maggiore di Thomas, Joel, va a trovarlo, e porta con sé una fotocamera. È un modello proveniente dalla Germania dell’Est, che misteriosamente è riuscito ad attraversare la cortina di ferro, giungendo fino a Brooklyn. Thomas la compra per 35 dollari, e inizia a fotografare quello che vede dalla finestra. Qualche settimana dopo, riuscendo ormai a muoversi, si procura un kit per sviluppare le pellicole, e poi un piccolo ingranditore. Le sue prime immagini sono difettose e malriuscite, ma continua a scattare. Poi, un giorno, si rende conto che la macchina è guasta, e che lo è sempre stata.

“Joel, la macchina che mi hai venduto è rotta…”

“Hmm hmm, lo so”

“E perché mi hai venduto una macchina rotta?”

“Non credevo che ti saresti ripreso e che avresti continuato”

Invece è l’inizio di un lungo cammino. La fotografia si impone come mezzo per lasciare un segno, per creare qualcosa in grado di ergersi come uno scoglio contro i flutti transitori della vita quotidiana. “Scoprii che il mio sguardo sul mondo poteva diventare qualcos’altro, una fotografia, che aveva una relazione con quanto avevo visto ma che al contempo era un’altra cosa, qualcosa che non esisteva prima. Tutto ciò mi affascinava moltissimo. Il lavoro a Wall Street era appagante e mi sentivo creativo, ma alla fine della giornata la campanella suonava e non rimaneva nulla di ciò che avevo fatto.” La fotografia, invece, era qualcosa di “reale”.

Il milieu newyorkese: la passione per la fotografia cresce e Thomas Roma inizia a frequentare alcuni corsi serali. Più che palestre di tecnica fotografica, sono laboratori culturali in cui si riuniscono i creativi newyorkesi. Ci si incontra per fumare erba, parlare di filosofia, leggere romanzi e ascoltare Bob Dylan. Nonostante le differenze sociali e culturali, o forse proprio a causa loro, viene accolto con favore: “Gli piacevo. Ero diverso. Tutta questa gente era andata al college e io no, conoscevo bene Wall Street e avevo una credibilità conquistata sul campo che loro non potevano nemmeno sognare di avere. Ero cresciuto tra le case popolari, ero stato arrestato. Ai loro occhi risultavo esotico.” Grazie a questi laboratori frequenta artisti del calibro di Tennessee Williams. “Ero sempre in giro. Tornavo a casa solo per dormire”. È un periodo importante, che influenza profondamente il suo modo di concepire la fotografia. “Il mondo della fotografia era dominato dalla figura di Robert Frank. Erano tutti impegnati a creare la propria versione di The Americans, viaggiavano per il Paese e dicevano ‘Questo è quello che penso dell’America’. Io credo, invece, che non importi a nessuno di ciò che tu pensi sia l’America. Si prende troppo in considerazione il fotografo, e troppo poco il mondo. Quello che cerco di fare è creare delle immagini che rimandino in qualche modo a ciò che davvero si prova ad essere qui.” La fotografia si trasforma in un’attività a tempo pieno, e Roma lascia definitivamente il lavoro alla Borsa di Wall Street. “L’ho approcciata nell’unico modo che conosco: come un lavoro”. “Passavo tutto il tempo a fotografare. Questo mi distingueva da molti altri artisti. Sono cresciuto in una famiglia della working classPenso che qualunque cosa tu faccia, devi farlo tutti i giorni. Devi farlo finché non hai finito o fino a quando non sei esausto (…) Non comprendo lo stare immobili, in attesa dell’ispirazione”. “Quando un prigioniero politico viene torturato, dice: ‘ho pagato con il sangue per le mie idee’. Per quale motivo un artista dovrebbe aspettarsi qualcosa di diverso che pagare con il prorpio sangue?”

L’autocostruzione: negli anni ’70 Thomas Roma scopre il lavoro di Brassaï, che utilizzava una Voigtländer Bergheil, una folding di tutto rispetto prodotta in vari formati (4.5×6 cm, 6.5×9 cm, 9×12 cm e 10×15 cm). Si convince ad abbandonare il 35mm per provare ad usare pellicole più grandi. Ma, soprattutto, decide di costruire quella che sarà la sua prima fotocamera 6×9. Utilizza i macchinari del Pratt Institue, dove nel frattempo ha trovato un impiego come assistente in camera oscura, impara a lavorare legno e metallo, e con caparbietà riesce nell’impresa, nonostante le difficoltà: “Se avessi saputo quanto è difficile costruire una macchina fotografica, non ci avrei nemmeno provato”. La sua idea è di realizzare una macchina panoramica leggera, maneggevole, da portare in strada per fotografare senza cavalletto, come fosse una piccola Leica. Una macchina di grande formato che possa essere utilizzata velocemente, guardando nel mirino, senza visualizzare l’immagine sul vetro smerigliato. “Ho costruito esattamente la macchina che volevo, la macchina dei miei sogni”. Intorno alla metà degli anni ’70 il fotografo inizia a mostrare i propri scatti, e si sparge la voce che la sua macchina autocostruita consenta di praticare una fotografia diversa, una fotografia di strada in cui il formato panoramico, invece di essere usato per rappresentare panorami e architetture, viene sfruttato per rendere visibile il flusso della vita metropolitana. Nelle larghe inquadrature i piani si moltiplicano, le persone vi saltano dentro o vi escono dagli angoli, con un effetto cinematico. Lo spettatore vi si trova irrimediabilmente proiettato, immerso nell’immagine, il suo sguardo “suturato” a quello della macchina. “Ci sono stati momenti, nella storia della fotografia, in cui l’invenzione di una macchina ha cambiato il modo di lavorare dei fotografi, o ha coinciso con tale cambiamento” scrive Ben Lifson su The Village Voice, introducendo la storia di Thomas Roma.

Siciliano Camera Works: la fama della sua macchina panoramica si diffonde tra i fotografi newyorkesi, e molti di loro chiedono di poterne avere un esemplare. Nasce così l’idea di avviare una piccola attività di produzione di fotocamere artigianali, che grazie al finanziamento di un amico si concretizza nella fondazione di Siciliano Camera Works. Roma inizia a vendere macchine panoramiche di diverso formato, tutte aderenti alla sua filosofia. Tra queste, la versione “ufficiale” della sua prima fotocamera, che diventa la Siciliano 6×9 Type 1. Una macchina semplice, di cui realizza 57 esemplari nel corso del tempo: un dorso per il medio formato, un adattatore per lenti 4×5, un obiettivo Mamiya grandangolare (65mm f/6.3). Nessuno specchio, nessun esposimetro.

thomas and Anna Roma by Friedlander

“Anna and Tom” (1988) © Lee Friedlander

“Nude” (1989) © Lee Friedlander

Più tardi realizza un altro modello molto apprezzato, questa volta però di piccolo formato, denominato Pannaroma 1×3 (un gioco di parole costruito sull’assonanza tra il termine “panorama” e il nome di sua moglie, Anna Roma, figlia del celebre fotografo Lee Friedlander). Per questo modello utilizza il corpo “sventrato” di una Nikon F, svuotato (ad eccezione del meccanismo di avanzamento della pellicola) e trasformato in un semplice caricatore per pellicole 35mm. Un adattatore in alluminio consente di montare sul corpo un obiettivo Mamiya Sekor 50mm, e il tutto è completato da un mirino ottico galileano (optical viewfinder). Sembra che questa macchina sia stata inizialmente realizzata per Lee Friedlander, ma sono numerosi i fotografi che hanno potuto utilizzare i circa 60 esemplari costruiti. Nel 2010 alla Pannaroma è stata dedicata una mostra, che raccoglieva gli scatti dei suoi fortunati (e a volte celebri) possessori. L’ultima creatura, del 2009, è la medio-formato con dorsi intercambiabili Psyclops 6x?, realizzata in 6 esemplari. Progettata da Thomas Roma e costruita con l’aiuto dei fotografi Kai McBride e Dennis Santella, la Psyclops utilizza lenti Mamiya Press, montate su dorsi Mamiya con un adattatore, e un mirino galileano.

 

photo by Jeffrey Ladd using Pannaroma Camera

“New York City” (1992) © Jeffrey Ladd

“Tom and Gina” (1992) © Jeffrey Ladd

Per scrivere questo post ho utilizzato le fonti qui elencate:

La biografia di Thomas Roma sul suo sito personale:

http://www.thomasroma.com/pages/14/

Peter Galassi, “Bursting with Meanings and Emotions”, The New York Review of Books, October 24, 2013:

http://thomasroma.net/ArticlesPDFs/20131024OVTheNewYorkReviewofBooks.PDF

Blake Eskin, “Taking the Local”, ARTnews.com:

http://www.artnews.com/2002/05/01/taking-the-local/

Alex Klein & Bettina Shzu, “Interview with Thomas Roma”, museomagazine.com:

http://www.museomagazine.com/following/postswithcomments/museomagazine.com/THOMAS-ROMA

Astri von Arbin Ahlander, “Interview with Thomas Roma”, thedaysofyore.com:

http://www.thedaysofyore.com/thomas_roma/

Ben Lifson, “Four Feet to Infinity”, The Village Voice, September 4, 1978:

http://news.google.com/newspapers?nid=1299&dat=19780904&id=fQ4QAAAAIBAJ&sjid=aosDAAAAIBAJ&pg=5538,5558732

2 Commenti to “L’OCCHIO DI WALL STREET: LA STORIA E LA FOTOGRAFIA DI THOMAS ROMA”

  1. Articolo interessantissimo e scritto bene, se non ci fossero le note bibliografiche avrei pensato ad una vera intervista.

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