Vincenzo Cianciullo, in arte Vins, è un artista poco più che trentenne che ha fatto dell’eclettismo la propria bandiera. Pittura, poesia, fotografia, grafica, scultura e paper-design nella sua opera si intrecciano di continuo, seguendo il fil rouge della sperimentazione (date un’occhiata al suo sito, provare per credere). Ho approfittato di una nostra lunga chiacchierata per chiedergli di illustrare ai lettori di Frankenphotography il suo punto di vista sulla fotografia e sul foro stenopeico, un mezzo che Vins ha scelto di utilizzare in diversi progetti. Iniziando dalla sua creatura più “pruriginosa”: la PUSSY PINHOLE!

Vagina stenopeica

Ciao Vins, benvenuto sulle pagine di Frankenphotography. Come è nata l’idea di trasformare il sesso femminile in una fotocamera?

Una volta mi trovai a parlare con una mia amica del parto, di quello che avviene nel corpo durante il parto, come la deformazione dell’osso del bacino. Lei mi parlava delle sue paure, e mi venne in mente un’inquadratura ben precisa… un’immagine della visione che può avere un bambino dall’interno del corpo nel momento della nascita, il suo punto di vista verso l’esterno. Era un punto di vista che non mi era mai capitato di vedere prima. Quindi, con questa immagine in mente ho valutato tutte le possibilità, pittura, fotografia, qualsiasi tipo di mezzo che potesse materializzare al meglio quella visione. Ho pensato a questa associazione tra interno della vagina e camera oscura, e il foro stenopeico mi è sembrato il mezzo più adeguato per realizzarla. Così è nata la Pussy Pinhole.

vagina stenopeica

Conoscevi il lavoro di altri fotografi che hanno lavorato sul corpo attraverso l’uso del foro stenopeico, come Paolo Gioli?

Sì, mi piacciono molto i lavori di Paolo Gioli. L’idea mi è venuta anche grazie al lavoro di Justin Quinnell, che usava l’interno della bocca per fotografare. Ho iniziato a chiedermi cosa si potesse fare con il corpo umano, usando il corpo come fotocamera.

Pussy Pinhole

Come l’hai realizzata concretamente?

Ho puntato su una forma aerodinamica. Il rullino era troppo grande da inserire insieme alla macchina, così ho fatto delle prove di costruzione tagliando un pezzo di pellicola 35mm e creando un rullino più piccolo, senza contenitore. Poi alla fine ho cambiato l’idea iniziale e ho fatto passare la pellicola all’interno, lasciando all’esterno il rullino, come si vede nelle immagini. In questo modo si riesce a inserirla nella vagina.

vagina stenopeica

Una domanda stupida: hai avuto difficoltà a convincere le modelle a usarla?

No, non ho avuto problemi. Ho tante amiche dalla mentalità molto aperta. Diverse di loro, incuriosite, si sono proposte o hanno accettato. Molte di loro sono artiste, e sanno come usare una macchina fotografica. Io valuto il tempo e regolo l’esposizione, loro devono soltanto rimanere immobili il più possibile e gestire “l’otturatore”. L’avanzamento è manuale, perciò dopo ogni scatto estraiamo la macchina e facciamo avanzare la pellicola per lo scatto successivo. Poi cambiamo location e ripetiamo il processo. Ho anche messo a punto un otturatore automatico utilizzando un timer preso da uno scaldabagno, che sto ancora perfezionando.

Pussy Pinhole

Che foto hai realizzato con la Pussy Pinhole?

Ho fatto due lavori diversi. Il primo ha la stessa struttura dei miei progetti precedenti, con la macchina che si autoritrae allo specchio, e l’ho realizzato anche per testare la fotocamera. In queste prime prove ho voluto rivisitare “L’origine del mondo” di Courbet, che è il ritratto di una vagina. È una sorta di tributo all’opera. Poi il progetto si è evoluto in direzione della visione che avevo avuto. In questo caso si tratta di un lavoro più riflessivo che, pur lasciando libertà di interpretazione allo spettatore, è inteso come un punto di vista sul parto, o sulla sessualità. È il punto di vista della vagina.

l'origine del mondo - tributo

“L’origine du monde” secondo Vins

l'origine du monde - Courbet

“L’origine du monde” di Gustave Courbet (1866)

Sessualità, orifizi, specchi e riflessi… potremmo trasformare questa intervista in una seduta psicoanalitica. Prego, accomodati sul lettino. Facciamo un salto nel passato: ricordi il tuo primo incontro con la fotografia?

Sì, lo ricordo bene. Ho iniziato da bambino. Nella piccola città in cui vivo, tanti anni fa c’era un mercatino polacco e mio padre comprò una vecchia ed economica Zenit. Una macchina abbastanza difficile da usare, perché aveva dei problemi. L’aggiustai io, quando avevo circa 10-12 anni. C’era un’infiltrazione di luce e capii che la tendina era forata. Coprii i fori con uno smalto per unghie nero. Poi l’ho usata per un po’ di anni. Non aveva nemmeno un esposimetro, quindi per tutta la vita ho sempre fatto esposizioni ad occhio, prima con la Zenit e oggi con il foro stenopeico. Sono molto impulsivo quando faccio fotografia. Seguo il mio istinto.

Anche mia madre ebbe un’influenza sulla mia passione per la fotografia. Lei è maestra d’asilo, e fa fare ai bambini molti lavori pratici. Gli insegna a preparare il succo d’uva, a fare il pane. Mi ricordo che una volta organizzarono una camera oscura. Ci andavo anch’io, e quando ero un po’ più grande suggerii a mia madre di realizzare delle rayografie con i bambini della scuola. Quindi entrai in una camera oscura già da ragazzino.

vinsart portrait

Quando ha iniziato a svilupparsi la tua passione per la fotografia?

In tempi più recenti, quando frequentavo l’Accademia di Belle Arti. Sono entrato in Accademia come pittore, e ne sono uscito fotografo. È stato un percorso molto naturale, che i miei professori per fortuna hanno accettato. C’erano due corsi di fotografia in Accademia, e ho voluto seguirli entrambi. Uno era più incentrato sulla storia della fotografia, e l’altro era più tecnico. La passione è scaturita da lì. Con le lezioni ho conosciuto i grandi fotografi, gli stili, le tecniche. Il professore ha visto in me del talento e mi ha incoraggiato a continuare. Poi ho mostrato le mie immagini agli altri docenti, e anche il professore di pittura si è reso conto che quella era la mia strada.

La pittura è una passione che resta, comunque. Cerco nessi tra fotografia e pittura in qualche modo, o tra la fotografia e il disegno, come ad esempio il Cliché-verre. Creo anche dei modelli di design tridimensionale con la carta, completamente customizzati di texture fotografiche, che si possono considearre una sorta di fotografie tridimensionali. All’epoca mi sono buttato sulla fotografia, però adesso sperimento, cerco delle combinazioni. Il foro stenopeico, ad esempio, ha un alto contenuto di creatività, e per molti versi si può avvicinare alla pittura.

Polaroid dipinta by Vinsart Polaroid dipinta da Vinsart

Come hai scoperto la fotografia stenopeica?

Ero a Roma, all’inizio dell’Accademia, e sentii una notizia in televisione: parlava di un militare che era riuscito a scattare delle fotografie con un pezzo di pellicola e qualcosa come una scatoletta di tonno, mentre era tenuto prigioniero, e queste immagini erano state utili per poi liberare gli altri compagni. Allora io e un amico con cui convivevo, anche lui iscritto all’Accademia, ci chiedemmo se fosse possibile fare una cosa del genere, se la notizia fosse vera. Così facendo ricerche in internet sono venuto a sapere che si potevano scattare fotografie senza una lente. Quell’estate provai a costruirmi una macchinetta. Ebbi anche dei risultati decenti al primo colpo, pur senza troppe nozioni sulla costruzione di macchine stenopeiche. Usai per esempio della carta d’alluminio, che non è indicata per fare il foro. Ho avuto anche un po’ di fortuna, perché se i risultati fossero stati insoddisfacenti forse non avrei nemmeno riprovato, invece ho ottenuto dei risultati interessanti che mi hanno stimolato a sperimentare cose nuove.

Un altro ricordo è legato a una vacanza a Budapest. Andai alle terme, e volevo fare delle foto, ma non mi permisero di entrare con la macchina fotografica. Quindi per i giorni successivi costruii una macchina stenopeica, meno visibile, e decisi che volevo farla in modo da poter fare foto subacquee. L’ho costruita usando il tetrapak, che è un materiale resistente all’acqua. E le foto mi hanno entusiasmato. Quindi in un certo senso mi sono trovato sempre a costruire macchine quando ne avevo l’esigenza: non potevo usare, o non avevo, una macchina analogica, ma volevo scattare, e allora ne costruivo una.

Budapest pinhole photo

Credi che l’autocostruzione sia importante nella pratica fotografica?

Non vorrei dire che è fondamentale, la creatività ha tante strade. Io la giudico importante per il mio percorso, come lo è stato anche provare a stampare in camera oscura. Ma anche perché sono così per natura. Mi è sempre piaciuto costruire, fin da quando ero bambino. Mi piace la dimensione artigianale dell’arte. Costruire il mezzo è la mia passione. Non so se sia così fondamentale per ottenere un risultato artistico, penso di no, ma lo è per me, per dare sfogo a quel desiderio di manualità e quella curiosità di capire come funzionano le cose. Il piacere sta lì. Calcolare tutto, pensare a come realizzare un’idea, etc. Mi appassiona la progettualità, mi piacciono la geometria, la pianificazione, il calcolo, le misure.

L’autocostruzione è un mezzo per veicolare il contenuto. Le tecnologie facilitanti, come quelle industriali, vanno a stemperare il contributo umano, e l’utilizzo di attrezzature costruite in serie spesso favorisce dei risultati stereotipati. Il mio è senz’altro un pensiero personale e opinabile, ma secondo me la troppa comodità atrofizza le idee. Risolvere problemi tecnici e creare mezzi sperimentali, porsi delle domande, favorisce la creatività. Usare una macchina che fa da sé lascia poco spazio alla riflessione. Anche il tempo che si impiega nel processo aiuta a pensare, a differenza che con il digitale, con cui si scatta troppo facilmente, e per questo anche troppo velocemente. Concentrazione, tempo, e lavoro confluiscono nella creazione grazie al processo di autocostruzione.

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Condividi questa passione con qualcuno?

In generale condivido l’amore per l’arte con tanti amici creativi, ma nessuno in particolare che sia spinto a sperimentare il foro stenopeico. Ci sono molti fotografi nella mia città, che sono anche miei amici, alcuni di loro anche molto bravi, ma forse poco inclini alla sperimentazione. Io li vedo un po’ più classici nei soggetti e tecnologici nelle attrezzature che usano. A volte ho pubblicato alcuni miei lavori su siti e forum regionali di fotografia, ma non sempre le mie immagini sono state “capite”. Ad esempio una volta ho pubblicato le lastre della mia PET, che è come una sorta di radiografia più dettagliata, in cui si vedono anche gli organi, e che trovavo fantastiche, esteticamente bellissime da osservare. Per me erano arte, ma non tanto per gli altri, che le hanno trovate fuori luogo in un sito di fotografia, forse avevano ragione o forse no, ovviamente i gusti personali sono qualcosa di molto soggettivo.

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Io non sono un fotografo, e spesso non ragiono da fotografo, preferisco definirmi un artista visivo o visual-artist. Ho un’idea e scelgo la tecnica migliore per comunicare il messaggio desiderato, il pensiero o il sentimento che voglio trasmettere, non importa nient’altro che potenziare ed esaltare al massimo questo messaggio, questo concetto. Posso passare dalla pittura alla fotografia analogica o a lavori digitali rielaborati totalmente con Photoshop, oppure al design, la grafica, il foro stenopeico, o qualsiasi altra tecnica moderna o antiquata. Quando uso la fotografia digitale, spesso considero i miei scatti non come “fotografie”, ma come “materiale fotografico”, che poi verrà elaborato per trasmettere il concetto. Quando mi dedico al foro stenopeico o alla fotografia analogica mi piace mettere da parte la tecnica e lasciarmi trasportare più dal mio lato sensoriale e istintivo.

Spesso mi piace semplicemente passeggiare e lasciarmi ispirare da quello che succede intorno a me. Quando scatto in analogico il mio animo si fa più pacato, sento affinarsi le percezioni dell’osservare e dell’esplorare, colgo dettagli, come punti di luci e ombre, espressioni o gesti delle persone, che normalmente non vedrei.

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Cosa significa per te “mettere da parte la tecnica”?

Ci sono fotografi stenopeici che curano fin nel più piccolo dettaglio il mezzo che usano, lo costruiscono in legno, e alla fine il risultato è nitido e perfetto come una fotografia scattata con una macchina industriale. Però facendolo in modo più istintivo, costruendo un mezzo improvvisato, il risultato è meno tecnico, e io lo trovo più artistico. Più espressionista, diciamo così. Un’espressione più intima, più interiore rispetto alla fotografia tradizionale, che rappresenta la realtà. L’imprecisione, la mancanza di nitidezza, tutto ciò che risulta indefinito, lascia spazio all’immaginazione di chi guarda. E quindi le immagini creano una realtà più intima, sensoriale, emozionale. Vengono colmate dalla fantasia, in un certo senso. Creano qualcosa che appartiene agli altri sensi, e non soltanto alla vista. Il foro stenopeico è genuino, naturale, con un grande contenuto di casualità. L’immagine deriva da un gesto fluido e spontaneo, ma che non delega niente agli automatismi tecnici del mezzo fotografico.

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Come nasce il tuo lavoro sul cibo?

Ho iniziato a lavorare con ortaggi e alimentari vari perché volevo partecipare a un concorso sul tema. Si chiamava Food Art Awards. Quindi ho voluto cimentarmi nella creazione di macchine fotografiche costruite con il cibo. All’inizio le ho fatte un po’ per gioco, per esplorare l’autocostruzione. Avrei voluto mostrare le macchine, visto che il concorso era sul cibo, ma alla fine ho esposto soltanto le immagini. Le fotocamere sono durate ben poco, essendo soggette a decomposizione. A parte l’uovo, la noce, la frutta secca, il resto era praticamente usa-e-getta. Proprio per questo ho fatto in modo che le macchine si vedessero allo specchio nelle fotografie. In pratica erano dei “selfie” delle macchine.

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Progetti futuri? Qualcosa di nuovo in cantiere?

Tra le mie altre passioni, continuo a pensare anche a lavori con il foro stenopeico. Voglio migliorare il mio sistema di otturazione automatico per costruire una macchina da far portare a un animale. L’otturatore dovrà scattare automaticamente a intervalli regolari, una fotografia all’ora, mentre l’animale si muove in libertà. Voglio provare con un cane e, se riesco a miniaturizzare la macchina, con una chiocciola. E infine un grande sogno sarebbe riuscirci con un volatile, per fare fotografie aeree. Il problema è riuscire a fargli riportare indietro la macchina! Eheheh.

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6 Commenti to “CORPI-MACCHINA: LA PUSSY PINHOLE DI VINS”

  1. Posso suggerirti di togliere la foto della PET? Per chi è capace di leggerla, rivela alcuni dettagli che forse l’autore non intendeva divulgare.

    • Ciao Zago, grazie per il suggerimento, ma è stato proprio l’autore a voler pubblicare il suo lavoro con la Pet. Nessun problema dunque :)

      • Hai mai sentito la storia della ragazza appassionata di disegno, che cercava una idea per una maglietta? Era andata a mangiare al ristorante cinese, e sul menu aveva visto un disegno che le era piaciuto: quindi, l’aveva copiato sulla sua maglietta. Quando però qualche cinese la vedeva, scoppiava a ridere, finché lei ne ha chiesto il motivo: le risposero che il “disegno” era in realtà una scritta, e significava “Non è a buon mercato, ma è un bocconcino delizioso” (in alcune versioni, la ragazza si era fatta addirittura un tatuaggio, non solo una maglietta). La morale: prima di usare una immagine che non hai fatto tu, controlla bene cosa significa.

        Nella pet in questione non so cosa vedi tu, ma io vedo una diagnosi: una pet del genere suggerisce che ci sia un tumore (forse un linfoma). Magari l’autore è già guarito (se è un linfoma, a quello stadio è probabilmente curabile), ma siamo sicuri che sia questo il messaggio che vuole trasmettere?

        (nota: l’immagine è incompleta, una pet contiene molte più immagini, e dalle immagini postate non posso essere sicuro che sia davvero un tumore… poi non sono nemmeno sicuro che l’autore abbia messo la sua pet, e non una immagine di esempio presa da un libro di testo)

        Comunque, se sei in contatto con l’autore, avvisalo che da quella pet si può intuire che malattia ha avuto, e chiedigli se è sicuro che è quello che vuole.

        (suggerisco di non rendere visibile questo commento finché non hai contattato l’autore)

        • Quel che fanno gli artisti, è appunto di mostrarci la loro vita, fin anche nelle debolezze, nei problemi, e in qualunque altra intimità o fragilità che le persone normali non si sentono di mostrare. L’artista è un individuo nudo in balia del giudizio critico del mondo.

    • Soprattutto perchè l’autore è felice di essere sopravvissuto e sano come un pesce adesso ;)

  2. [...] e c’è chi addirittura usa lattine, gusci d’uova e pinoli, il proprio pugno, la vulva delle modelle, intere stanze. Ad ogni scelta tecnica corrisponde un risultato peculiare, e le [...]

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