Manifesto
Premessa: il paradosso della Fotografia.
La Fotografia porta dentro di sé un paradosso: è una tecnologia complessa e sofisticata, soprattutto nella sua nuova forma digitale, ma allo stesso tempo è una semplice tecnologia fotochimica. Luce che attraversa un foro, una lente, e trasporta un’immagine che può essere registrata su un supporto. Chi ha creato questo paradosso? L’industria fotografica. Perché? Perché su questo scarto si è potuto costruire un florido commercio tecnologico. “A noi la produzione, a voi il consumo”. “Voi schiacciate un bottone, noi facciamo il resto”. Anche il fotografo, avventuriero e sperimentatore, a volte meschino e imprenditore, è stato trasformato in un consumatore. Un’operazione geniale, senza dubbio, ma meno democratica di quanto la si dipinga nelle “Storie della fotografia”. Macchine pronte all’uso, operazioni scorporate: la Fotografia è diventata un atto, l’atto fotografico, un atto di rappresentazione. Il medium è diventato trasparente, si nasconde ai fotografi. Tutti lo usano ma pochi sanno come funziona. Peggio, chi crede di sapere come funziona è convinto che sia una questione di corretta esposizione, di profondità di campo, di diaframmi e di ISO. E allora via con nuovi prodotti, i più avanzati risultati del progresso tecnologico: macchine totalmente automatizzate, lenti luminosissime, funzioni evolute; dispositivi ottici integrati in ogni nuova tecnologia. Il consumo non può interrompersi, e nemmeno diminuire. Che si sia professionisti, amatori o dilettanti, non importa. Ogni classe ha i suoi prodotti, e la distinzione sociale non deve essere smussata. “Voi schiacciate un bottone, noi facciamo il resto”. “Adesso che il laboratorio è stato soverchiato dai bit, schiacciate un bottone e fatevi anche il resto (tanto i prodotti sono sempre i nostri, e che cosa sia il resto lo decidiamo noi)”.
È giunto il momento di chiedersi se non sia il caso di riappropriarsi del “resto”, e di tutto quanto.
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Frankenfotografia: il medium opaco.
La Frankenfotografia è un atto di riappropriazione e di recupero: recupero di un medium, di una pratica, di un ruolo. Attraverso la pratica autarchica dell’autocostruzione mira a eliminare il paradosso istituito dall’industria fotografica, incorporato nelle tecnologie industriali e diffuso per oltre un secolo. Non ci piace il medium trasparente, noi lo vogliamo opaco. Non vogliamo che si nasconda, ma che si manifesti in tutto il suo splendore. Non ci interessa l’atto fotografico come atto di rappresentazione: per noi è solo una parte dell’operazione, la meno importante. Non creiamo opere ma operazioni.
Il frankenfotografo, Prometeo postmoderno, come il Doktor Frankenstein (si pronuncia “Frankenstìn”) infonde la vita in una materia inerte. Un medium inerte, sopito dall’industria, riportato a nuova vita fotografica: questa è la nostra creatura.
Non ci dividiamo in classi: non siamo professionisti, soltanto professiamo le nostre convinzioni; non siamo dilettanti, ma proviamo il sommo diletto della creazione; non siamo amatori, siamo amanti. Il nostro immaginario è pornografico, esponiamo corpi macchina invece di corpi umani, e li accostiamo alle fotografie che permettono di realizzare. Che sono i loro escrementi. Che dipendono dal modo in cui digeriscono la luce.
L’atto frankenfotografico è un atto d’amore. E come tale comprende tutto, progettazione, realizzazione, applicazione, dedizione, condivisione, esposizione. Riappropriazione debita. Il frankenfotografo crea le macchine di cui ha bisogno, sa cosa vuole ma è aperto all’imprevedibilità della vita fotografica. Le sue macchine sono uniche, più umane e più macchiniche. Possiedono un’anima e una relazione peculiare con ciò che fotografano. Hanno una propria dignità.
Il frankenfotografo non commette errori, perché non accetta che qualcuno possa definire cosa è giusto e sbagliato. Tutto ciò che lo interessa è la ricerca, il percorso che lo porterà a creare qualcosa di nuovo e allo stesso tempo originario. Questo è il suo Manifesto.








condivido il Manifesto,
viaggio da dieci anni con un laboratorio mobile,un camper trasformato in camera oscuradouble e un centinaio di scatole.
sito edu http://www.fotoinscatola.it