Junichiro Tanizaki – La chiave (1956)

Ho già usato due volte la Polaroid. Ho fotografato il corpo tutto nudo di Ikuko, intero, davanti e didietro, e dettagli di ogni sua parte, con le angolazioni più seducenti: ho immagini di lei china, stesa, piegata, immagini di lei con braccia e gambe contorte in ogni possibile posa. Perché queste fotografie? Anzitutto per il godimento di scattarle. Mi dà grandissimo piacere creare quelle pose, maneggiandola liberamente mentre lei dorme (o finge di dormire). In secondo luogo le voglio incollare al mio diario, sì che lei le veda. Così certamente scoprirà, con sua meraviglia, l’insospettata bellezza del proprio corpo. Terzo motivo, mostrare perché ho una tal disperata ansia di vederla nuda. Voglio che mi capisca, magari che condivida i miei sentimenti. (Penso qualche volta che è inaudito, per un uomo di cinquantacinque anni, essere affascinato a tal segno da una moglie quarantaquattrenne.) Infine, voglio umiliarla all’estremo, vedere fio a che punto continuerà la parte dell’ingenua. Purtroppo questa macchina fotografica ha l’obiettivo piuttosto lento, e non ha la messa a fuoco; giacché io non sono esperto nel calcolare la distanza, spesso le immagini mi vengono sfocate. [...] Impossibile ottenerne buoni risultati. E poi mi secca dover usare il flash ogni volta. Poiché con questa macchina riesco appena a realizzare il mio primo e quarto fine, per adesso non incollerò le fotografie nel diario…

[...] mentre Kimura se ne andava, gli ho restituito la macchina Polaroid. “È una bella comodità non dover pensare allo sviluppo del negativo,” ho detto. “Ma non mi piace dover ricorrere al flash – forse me la cavo meglio con una macchina comune. Proverò la nostra Zeiss-Ikon.” “E la pellicola la fa sviluppare fuori?” ha chiesto. Già ci avevo pensato a lungo. “Lei me la svilupperebbe?” ho detto. Pareva un po’ imbarazzato, e mi ha chiesto se non potevo far da me, qui. Gli ho domandato se sapesse che genere di fotografie mi piaceva fare. Ha risposto che non ne era certo. “Son fotografie che non vorrei far vedere a nessuno,” ho proseguito, “ma non saprei svilupparle come si deve a casa mia. E vorrei anche degli ingrandimenti, e non abbiamo un posto adatto per la camera oscura. Non potrebbe impiantarne una a casa sua? Se le vede solo lei, pazienza.” “Si potrebbe trovare il posto adatto,” ha risposto. “Ne parlerò al padrone di casa.”…

Benché Kimura sia molto occupato con gli esami, è più coscienzioso di me… Ieri sera ho tirato fuori la Zeiss-Ikon, per la prima volta da anni, e ho scattato tutto un rotolino, trentasei pose. Lui è venuto anche oggi, per caso come sempre. “Posso parlarle un momento?” ha detto, poi è entrato nel mio studio e mi fissava con sguardo interrogativo. A dire il vero, non m’ero ancora deciso ad affidargli lo sviluppo. Evidentemente è lui la persona adatta, perché ormai non è una novità, per lui, vedere Ikuko nuda. Ma tuttavia del suo corpo nudo aveva visto solo qualche fuggevole scorcio: e non tutte quelle pose variate e seducenti. E se le fotografie lo eccitassero? Non sarebbe affar mio, ma non sarebbe forse indotto a tentar qualcosa di più? E in tal caso la colpa sarebbe soltanto mia. E poi c’è anche la possibilità che egli le mostri quelle fotografie. E lei di certo si sdegnerebbe – o farebbe finta di sdegnarsi – non solo perché io le ho scattate a sua insaputa, ma anche per averle fatte sviluppare da un altro. E potrebbe anche pensare che, avendola suo marito mostrata a Kimura in quello stato vergognoso, questo è un tacito consenso all’adulterio. Ormai avevo lasciato la fantasia galoppare a tal punto che cominciavo a sentire una pungente gelosia, una sensazione così intensa, così voluttuosa, che mi è venuto desiderio di correre il rischio. Mi sono deciso e gli ho detto: “La prego di sviluppare queste. Badi che nessun altro le veda. Quando son pronte le dirò quali desidero ingrandire.” Certamente stava per scoppiare, dall’eccitazione, ma non si è tradito. “Sì,” ha detto e se n’è andato subito…

…Spesso, nel dormiveglia, ho la vaga sensazione che mi denudino. Finora pensavo che poteva essere un’altra mia fantasia, ma se invece quelle foto son mie, dev’essere accaduto davvero. Eppure non ho nulla in contrario a queste fotografie, dal momento che non me ne avvedo. Una cosa simile non potrei ammetterla da sveglia; ma siccome lui ha tanto piacere a vedermi nuda, credo che da brava moglie debba lasciare che si diverta, benché sia un gusto ignobile. [...] Non si tratta solo di compiere il mio dovere. In compenso della mia virtù e sommissione di moglie, io posso soddisfare i miei robusti appetiti sessuali. Ma anche così, perché non si accontenta di guardarmi? Non capisco perché voglia fotografarmi in quello stato, e poi incollare le foto ingrandite nel quaderno, probabilmente per mostrarmele. Dovrebbe saper benissimo che io son di quelle creature in cui lussuria e timidezza possono esistere fianco a fianco. E mi chiedo chi gliele ha sviluppate. Ha dovuto consentire che un altro uomo le vedesse?

…Stamattina presto, dopo il rapporto sessuale, ho provato un capogiro tremendo. Il viso, il collo, le spalle, le braccia, tutto il profilo della sua figura pareva raddoppiato. Pareva che ci fosse un altro corpo, identico, sovrapposto al suo. Mi debbo essere addormentato, poco dopo, ma persino in sogno persisteva la doppia immagine di mia moglie. Dapprima tutto il suo corpo era raddoppiato, poi le varie parti si sono sparse nello spazio. Due paia di occhi e a fianco due nasi, due paia di labbra sopra, a distanza di 50 centimetri, e così via, e tutto nei colori più vividi… [...] Nel sogno ho pensato che vedere colori così vividi forse era segno di grave nevrastenia. Ma continuavo a sognare. Due paia di piedi – la pelle squisita – parevano galleggiare sott’acqua. Senza alcun dubbio, erano i piedi suoi. Le piane galleggiavano isolate, lì a fianco. E a un tratto una gran massa bianca incombeva su di me, come un banco di nubi; era una forma che ho già fotografato – le sue natiche, volte proprio verso di me… Qualche ora dopo ho fatto un sogno diverso. In un primo momento pareva che in piedi dinanzi a me stesse Kimura, nudo: a volte la sua testa si mutava nella mia, a volte le due teste uscivano da un corpo solo. Tutta quanta l’immagine era raddoppiata…

[...] credo d’esser riuscita anche ieri sera a tenere l’ultima linea di resistenza. Non ho ancora il coraggio di superarla, e credo che Kimura-san provi la stessa cosa. – “Sono io che ho prestato a suo marito la macchina Polaroid,” mi ha detto. “E questo perché sapevo che a lui piaceva farla ubriacare e metterla nuda. Ma non è stato contento della Polaroid, sicché ala fine ha preferito scattare le foto con una Ikon. Immagino che volesse studiare ogni particolare del suo corpo; ma più ancora, che volesse farmi soffrire. Credo che gli piaccia far sviluppare la pellicola a me; gli piace eccitarmi, farmi dibattere contro una tentazione tremenda. E si gode il pensiero che i miei sentimenti si riflettano in lei, perché lei si tormenta quanto me. È crudele da parte sua farci questo, ma pure non voglio tradirlo. Vedo come lei soffre, e voglio soffrire anch’io insieme a lei, voglio soffrire di più, più profondamente.” [...] “Questa è la prima volta che parlo sola con lei, di una cosa simile,” ho detto. “Non ne ho mai discusso prima, neppure con mio marito. Pare che eviti di parlare di lei. Forse ha anche paura, e ancora si sforza di credere che io gli son stata fedele. Lei è la sola persona che può dirlo.” “Ma certo che lo è stata,” ha detto Kimura-san. “Ho toccato il suo corpo in tutte le parti tranne che in una, importante. Lui ci ha voluto così vicini, e io ho obbedito alla sua volontà mi sono accostato il più possibile, senza violare quella regola.” “Oh, sono tanto lieta di sentirlo!” ho esclamato. “Lei non immagina quanto le sono grata, perché cerca di farmi restare fedele. Lei mi dice che odio mio marito, ma la verità è che, seppur lo odio, lo amo anche. Più lo odio, e più appassionato diviene il mio amore. Egli pone qualcuno come lei, Kimura-san, fra noi due, e se non la torturasse la sua passione non si accenderebbe; eppure quando penso che il suo scopo, dopo tutto, è di darmi piacere, non posso, ecco, rivoltarmi contro di lui. Ma lei non potrebbe veder la cosa come la vedo io? Egli si è identificato in lei, lei è parte di lui, voi due in realtà siete uno…”

2 Commenti to “Junichiro Tanizaki – La chiave (1956)”

  1. Thanks for making such a valuable blog, sincerely Kobos Mathers.

  2. Stravagante, romantico, seducente, misterioso, trasgressivo, Tanizaki seduce il lettore con un’introspezione che si evolve fino al dramma pur conservando i toni fermi , costretti, controllati, tipici della cultura giapponese ma possono anche sorprendere diventando carezzevoli e lievi.
    Con le sue storie non certo prive di sensualità ed erotismo decadente, scandaglia virtù e miserie dell’animo umano fino alla radice.
    L’ attenzione ossessiva e morbosa come un filo conduttore è su pochi personaggi spesso donne, con le loro gelosie, le loro frustrazioni, le loro complicità, i loro mutamenti interiori sviscerati tra una miriade di sentimenti.
    Pochi personaggi ma al lettore bastano e avanzano tanto è ricca la loro vasta gamma di sentimenti e sensazioni sventagliati e amplificati dai loro piccoli passi verso la vita, pochi, ma possono anche diventare infiniti nel ripetersi in continue combinazioni, triangoli amorosi, legami morbosi ed ossessivi, relazioni empatiche con tutte le specie viventi.
    Il lettore viene rapito e condotto nel loro tragitto interiore con la curiosità di capirne il mistero nel succedersi delle pagine ma loro spesso si perdono nella loro morbosità.
    Se non fosse per i luoghi e i nomi giapponesi a volte i suoi i personaggi sembrano quelli di Dostoevskij e di Flaubert, rivedi Anna karenina, madame Bovary.
    Profondo perché attento alle piccole cose, ai dettagli, come nel libro “elogio all’ombra” dove si perde nelle sue infinite sfumature e ne emerge una bellezza che fa venire i brividi, in bilico fra l’equilibrio dei sensi e la luce abbagliante e frastornante, che privilegia la vista a discapito degli altri sensi.
    Le atmosfere sono tutte dei giochi d’ombra e di penombra nelle case tradizionali giapponesi, con la sfilza di paraventi e pannelli scorrevoli, ma questo viene quasi violentato ed avvilito dall’avvento della lampadina.
    Gli oggetti stanno là proprio per risaltare in quella penombra e perdono il loro fascino con la luce fredda elettrica.
    Lo scrittore ci fa vedere come i giapponesi prediligono il silenzio, le pause, lo stallo, l’attesa, l’ abbandono, come abbiano vivi tutti i sensi come i non vedenti, attraverso descrizioni di piccole cose, piccoli piaceri dilatando il tempo nel silenzio ed è così che sorbire il thè in una ciotola di legno laccato provoca un enorme piacere e ha il significato di un gesto di senso e di bellezza.
    Unico nel descrivere i piacere persino nell’evacuare ogni mattina in un gabinetto da cui poter ammirare, sempre nella penombra, le meraviglie del paesaggio, percepire le essenze .
    Il viaggio che ci fa fare via via che si succedono le pagine è ricco di infinite sfumature persino nel buio a seconda se è in un piccolo ambiente o uno grande, vengono in mente le bottiglie di Morandi.
    Per non parlare delle fiamme delle lanterne e dei loro riflessi che evocano quasi il sacro e il magico.
    Viene da dire che gli occidentali oggi abbiano invece solo un senso vivo: la vista, svilendo e appiattendo tutti gli altri e che non abbiano più l’udito abituati ad ubriacarsi col rumore soprattutto quando sono soli accendendo tutto quello che li può fare allontanare da sé stessi: televisione, lettore, computer, frullatore, lavatrice, aspirapolvere, mentre sono contemporaneamente sul fisso e il cellulare

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